FOCUS ON > COSTELLAZIONI / LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA @ FELTRINELLI 06.03.2014

“Le luci della centrale elettrica” è il nome che Vasco Brondi, cantautore di origini ferraresi, ha scelto per il suo progetto musicale iniziato nel 2007 con la distribuzione, direttamente per mano dell’artista, di un demo autoprodotto dall’omonimo titolo.
Negli anni successivi, Brondi pubblicherà altri lavori. Nel Maggio del 2008 uscirà per La Tempesta Dischi “Canzoni da spiaggia deturpata” in collaborazione con Giorgio Canali e illustrato da Gipi, che a fine 2010 la rivista Rolling Stone Italia inserisce al 6 posto dei migliori dischi del decennio (primo fra gli italiani); nel Novembre dello stesso anno arriverà “Per ora noi la chiameremo felicità”, sempre per La Tempesta Dischi. Dopo aver scritto un brano per la colonna sonora del film Ruggine di Daniele Gaglianone, a fine 2011 la Repubblica XL rilascerà in allegato l’EP “C’eravamo abbastanza amati”.
Nell’estate del 2013 con la collaborazione di Federico Dragogna (de I Ministri), Brondi, dopo aver viaggiato per tutto il 2012 tra Europa e Stati Uniti, inizia le registrazioni per il suo ultimo lavoro “COSTELLAZIONI” fissando la data di uscita per il 4 Marzo 2014.

Durante la stessa settimana di uscita del disco, è stato ospite di alcune librerie Feltrinelli sparse per l’Italia che gli hanno dato l’occasione di presentare il suo lavoro al pubblico: il 6 Marzo si trovava a Firenze dove Fulvio Paloscia (de La Repubblica) lo ha intervistato per i presenti. A fine intervista, prima di incontrare e firmale le copie del cd ai suoi fans, Brondi ha eseguito tre pezzi in acustica: “La terra, l’Emilia, la Luna”, “I destini generali”, primo singolo estratto dal cd e che l’artista definisce sul suo blog «una canzone liberatoria, una specie di inno, un festeggiamento senza senso che mi sembra di buon augurio. Nel video c’è questa danza disegnata, delle stelle e delle costellazioni create con le mani e con i movimenti. Qualcosa che risplende, per illuminare questi tempi e questi posti.»; ed ha chiuso con “Quando tornerai dall’estero” da “Per ora noi la chiameremo felicità”, terzo disco pubblicato nel Novembre 2010.

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A seguire l’intervista e le date del “Costellazioni Tour” partito Venerdì 14 Marzo.

FP. Il disco è uscito in commercio da due giorni e sentirete suoni nuovi, molta elettronica, arrangiamenti sontuosi, sentirete anche una frase con cui inizia l’album che è una frase stranissima “madonna che silenzio c’è stasera” che è il titolo di un famoso film con Francesco Nuti. La prima cosa che appare dall’ascolto di questo disco è questa grande varietà di suoni: la presenza per niente massiccia ma molto intima dell’elettronica contrapposta agli altri strumenti, quasi fossero messi a paragone.
VB. Diciamo che il disco è proprio partito da questo approccio musicale, anche perché a differenza degli altri dischi ero partito proprio dalla musica. Avevo all’inizio una ventina di atmosfere musicali, di suoni, di beat, di pianoforti riverberati e cose del genere e quello è stata la prima cosa chiara. Sembrava che quei suoni che stavo facendo e da cui stavo partendo in qualche modo andassero. Avevo chiara questa idea che sarebbe stato un disco in questo senso, provinciale e spaziale. Il fatto che fossero da subito messi vicini, come in un corto circuito, questi strumenti acustici ed elettronici (o ancora di più organici ed elettronici) mi stava già portando verso una direzione anche contenutistica e c’era questa idea di fare un incrocio tra un rave ed una balera: cioè mettere insieme le fisarmoniche, il violoncello, la chitarra distorta e così via.. e allo stesso tempo volevo che fosse un disco condiviso perché non avevo voglia di scalare l’Everest da solo. Quindi mi piace l’idea di aver collaborato con Fede Dragogna che ha curato con me la produzione artistica (diciamo così) e poi dopo siamo andati tutti in studio insieme a tutti i musicisti. È venuto naturale per me usare l’elettronica perché era indispensabile anche per parlare del presente e del futuro (che sono i termini molto lati per poter capire il disco). Senza l’elettronica una canzone è impossibile perché sono questi suoni che ormai ci sono intimi, famigliari, non più freddi. Fa parte della nostra intimità! La sentiamo tutti i giorni dalle suonerie dei telefoni a qualsiasi musica che ascoltiamo e quindi doveva esserci ma allo stesso tempo continuavo ad avere il bisogno di sentire le mani, la pancia, il nervosismo e l’entusiasmo di chi sta suonando uno strumento in quel momento. Delle persone dentro. Volevo sentire i movimenti delle persone dentro e da questo corto circuito è nata un po’ l’idea del disco. È nato già con l’idea che volevo fosse un disco condiviso ma che restasse intimo e in questo caso l’elettronica e questi strumenti a fiato, ad aria, la fisarmonica, gli archi e così via poteva aiutare molto. Mi piace l’idea che sia ambientato in un bar immaginario iper-reale che sta fra le via Emilia e la via Lattea. In un orizzonte ampissimo e molto strano!

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FP. Ecco tu dicevi un disco che parla di presente e futuro però la cosa bella di questo disco è che cerca un po’ di prendere per le corna certi sentimenti che fanno parte del presente: uno è la rassegnazione. E cerca un po’ di ribaltarli. È un disco dove per esempio, nella prima volta nella tua storia si accenna a qualcosa di ballabile e si sentono atmosfere da pop elettronico anni 80; insomma è tutto sommato un atmosfera che è abbastanza positiva tra l’altro.
VB. Si per me è importante veramente che fosse un disco “da suonare durante la guerra e da ballare sotto i bombardamenti”, proprio in questo momento dove c’è un aria di melodramma e di lamentela generale volevo che fosse molto di reazione. Lo volevo e in realtà mi è venuto anche molto naturale, forse anche perché la spinta più grande che avevo era rimettermi a scrivere canzoni. Da una parte ci sono tutte queste spinte sotterranee e indecifrabili che abbiamo e non sappiamo perché ci portano a fare quello che amiamo fare e dall’altra avevo chiara esattamente questa situazione qui. Anche nel trattare argomenti difficili o complessi volevo canticchiare in qualche modo, volevo comunque sdrammatizzarli oppure che ci fosse un’aria di illogica allegria che pervadesse il tutto. Era indispensabile che anche il titolo avesse dentro delle luci e che fosse luminoso, proprio a contrastare questa idea di tempi bui. Mi tornava in mente anche nelle atmosfere che citavi, proprio degli anni ‘80, le cose che ho fatto di più e che stavolta ci sono finite dentro in maniera esplicita e che magari prima c’erano ma in modo più latente anche per l’arrangiamento strano che c’era negli altri dischi. C’erano i CCCP che agli inizi degli anni ’80 dicevano che era un periodo di crisi tale e quale a questo, soprattutto per chi veniva dalla controcultura e per chi ha vissuto gli anni ‘70 in un certo modo; dicevano “la situazione è eccellente – questi sono i nostri tempi e i nostri posti”. Sono i tempi che abbiamo e quindi sono i migliori, sono quelli in cui possiamo far succedere le cose. Ed era quello che volevo che fosse chiaro. Volevo che fosse chiaro che “Le luci della centrale elettrica” potessero confondersi, che le luci di una fabbrica potessero confondersi all’orizzonte con delle stelle, che si schierassero all’orizzonte di questi tempi e che fossero un segnale per uno strano lieto fine. Ci sono delle canzoni che sono storie che, nonostante tutto, finiscono bene. Questa frase che dice “ti accorgi che nel disastro il futuro era sempre lì a sorriderci”.

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FP. Tra l’altro tu hai citato Dragogna, però dentro c’è uno stuolo di musicisti che troviamo spesso negli album indipendenti degli ultimi tempi. Si sta in qualche modo formando una nuova scuola di musicisti, come anche negli anni ‘60 e ‘70 in cui c’erano questi grandi musicisti che venivano utilizzati da Dalla, De Gregori, Paolo Conte ed erano sempre quei tre o quattro che si scambiavano? Siamo di fronte, di nuovo, ad un fenomeno simile?
VB. Secondo me si! Da qualche anno questa cosa è chiara. Avendo avuto un progetto solista ora ho la possibilità di collaborare con un sacco di musicisti. Mi sono accorto che c’è stato questo cambiamento di artisti della mia età che hanno anche un formazione particolare: vengono tutti dalla classica o dal conservatorio, quindi con uno studio più approfondito che non gli ha quasi permesso di occuparsi d’altro e che all’improvviso quando ne sono usciti hanno percorso una strada completamente diversa. Sono da una parte preparatissimi ma dall’altra hanno un’apertura mentale e delle possibilità tecniche infinite e in più sono proprio persone speciali con cui ci si riesce a rapportare bene e che capiscono bene la musica che stai facendo, il progetto che stai facendo. Li conosci nei vari dischi ma li conosci anche per quanto loro capiscono il progetto in cui suonano. Sono un gruppo di musicisti davvero notevoli, che giustamente si fanno vedere e quando qualcuno li vede poi vengono chiamati altrove ed hanno comunque le possibilità di suonare dove vogliono e come vogliono perché sono delle persone speciali e dei grandissimi musicisti che hanno completamente tolto quell’idea di turnista che c’era. Portano comunque la loro voce e non sono in grado di fare una suonata anonima: non è che gli dici rifai questo, loro lo cambiano, sanno suonarlo, hanno una voce propria con propri sentimenti e vita dentro quello che fanno.

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FP. Questo album mi ha colpito molto perché è un album sull’andare e sullo stare, nel senso che si citano molti luoghi però alla fine è nel luogo dove si vive, si è sempre vissuto e dove si è nati che veramente forse ci si esprime. Come la tua città, Ferrara. È così, c’è questa duplice visione?
VB. Sicuramente. Me ne sono accorto perché per fare questo disco ho avuto la possibilità di fermarmi un anno ed era una cosa che non succedeva da quando avevo iniziato a suonare. Mi sono accorto che era passata una lunga giornata di 5 anni e quindi ho potuto viaggiare tantissimo ed ho pensato che in giro avrei scritto tanto e tutto… ma invece ogni tanto prendevo qualche chitarra classica in qualche mercatino, la suonavo un po’ e poi l’abbandonavo. Non ho fatto niente e una volta tornato a Ferrara ho cominciato a scrivere tutto. In parte non lo so il motivo. Si tratta di una città che per me ha una calamita fortissima e allo stesso tempo una forza respingente impressionante e mi è venuto da chiudere il disco con una frase che c’entra con quello che dicevi e che dice proprio “qui dove anche le rondini si fermano il meno possibile, qui dove tutto mi sembra indimenticabile”, che è una cosa che ho letto succede veramente a Ferrara: persino le rondini dopo qualche giorno si defilano. Mi è sempre piaciuta questa cosa quando la vedevo nei libri che leggevo e nei dischi che ascoltavo, questa realtà Emilia che è anche stata particolarmente raccontata: un posto che sostanzialmente se ti guardi attorno può sembrarti assolutamente anonimo ma elevato a leggendario. Vedere questi posti che in teoria sono anche bruttissimi elevati a posti mitici. Nella mia crescita hanno avuto un influenza fortissima. Infatti c’è anche questa canzone che è “Blues del delta del Po” perché ho pensato al Mississippi che ha tantissime canzoni che dedicate mentre al Po non ne è stata dedicata neanche una e mi sono detto “Dai ne faccio una io!”. E poi viaggiare mi ha fatto sentire forte questa cosa del “Non a Berlino ma a Carpi” che nonostante sia bellissimo vedere queste città, girare più che si può allo stesso tempo questo ti fa ridimensionare tutti questi posti che vengono considerati nell’immaginario collettivo come centri del mondo, nel senso che quando ci sei sono posti bellissimi ma vedi che il posto reale, quello dove succedono le cose, è il posto dove sei tu!

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FP. Rileggevo qualche tempo fa che se non ci fosse stata la provincia la cultura italiana, soprattutto la musica, sarebbe stata molto diversa, forse peggiore, nel senso che le cose più forti storicamente (Guccini, Ligabue o Brunori e Dente) sono tutti musicisti che vengono dalla provincia e in qualche modo raccontano il mondo in cui si trovano.
VB. Penso che in realtà succeda un po’ per il fatto che l’Italia è fatta x il 90% di provincie. A me stupiva molto che le prime canzoni che avevo fatto e che non avevo idea che sarebbero mai uscite dal luogo in cui le stavo facendo (sul letto di camera mia) perché parlavano veramente di 4 persone in 20-30 km2 lì attorno, vedevo ragazzi che stavano in provincia di Crotone piuttosto che in Liguria che si ritrovavano in queste storie. Probabilmente le dinamiche si assomigliano se vieni dalla provincia e hai forse la possibilità di comunicare delle storie che sono in realtà condivise anche se si è in posti molto diversi: ti da il silenzio e la noia necessaria, la voglia di esprimerti, di scappare e di cambiare tutto necessari per fare qualcosa. Riguardando indietro vedo tutti quei momenti come una forza propulsiva. Per me è stato indispensabile anche quando erano difficili come momenti. Essere insoddisfatti è spesso un grande forza.

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FP. Credo che questo album alzi un po’ l’asticella, già alzata da altri artisti durante il 2013 ad oggi, della qualità della musica italiana. Credo che chi fa musica ora è in un casino perché dovranno rapportarsi con questi nuovi dischi e credo che il tuo sia uno di questi. Questa cosa non ti spaventa? Il fatto di aver dato così tanto e che si senta tantissimo in questo album.
VB. In realtà credo alla cosa che hai detto all’inizio. Ossia che quando è uscito il disco dei Baustelle “Fantasma” che mi è piaciuto tantissimo, ero in piena lavorazione sul mio disco e ti manda a gambe all’aria. Mi sono rapportato con una cosa che non sentivo da anni. Proprio delle sensazioni. Purtroppo succede un po’ questa cosa e sembra che con il tempo perdiamo un po’ la ricettività rispetto alle cose che ci circondano e ci emozionano. A 15 anni era molto più facile emozionarsi con roba che se la riascolto adesso mi dico “Ma come è possibile? Fa schifo!!!” e invece si vedevano le cose anche in un modo migliore per certi versi. Quel disco mi ha toccato molto in profondità e sia da musicista che da uno che scrive canzoni vedi il capolavoro, la forma delle canzoni, le melodie perfette della voce e le parole perfettamente messe che fanno la rima ma che spaccano anche. E quella roba lì mi ha dato una forza incredibile perché solo le belle canzoni fanno venire voglia di scrivere belle canzoni. Poi sto facendo un disco forse opposto alla cosa che hanno fatto loro venendo da una cosa che io amavo già tantissimo anche prima, ossia il fatto che facessero una base dance cantando “dovete studiare Baudelaire”. La vedevo assurda! Era geniale! Rispetto a quello che ho fatto, me lo pongo perché questo disco è diverso dai tre che ho fatto prima. Ho sostanzialmente fatto tutto il disco da solo anche se poi non avevo scritto tutte le canzoni perché le ultime le ho scritte poche settimane fa e mentre chiudevo il disco ancora avevo le ultime cose da mettere. Siamo partiti subito con questa parte dei provini a lavorare con Fede ed abbiamo fatto tutto a computer e suonando un po’ una cosa io e una cosa lui. C’era un sacco di roba a computer e il disco era sostanzialmente pronto, c’era della roba che era già ad uno stadio molto avanti ma mi mancava di sentire il groove delle persone che suonano assieme in una stanza. A quel punto siamo andati in studio tre settimane con tutti i musicisti della band per risuonare tutto il disco da capo aggiungendo alcune canzoni e senza niente di elettronico. Fatto questo secondo disco mi sono accorto che la cosa giusta era una via di mezzo tra le due che avevamo fatto: mischiare quell’idea di partenza dell’organico e dell’elettronico. Facendo questo disco ho lavorato praticamente 2 anni, senza contare i 2 anni prima in cui comunque non stai lavorando ma ci stai lavorando di più che quando sei davanti allo strumento. Ti scorre dentro. Sembra che cammini per la città ma stai in qualche modo lavorando. La scusa è sempre buona. Ho imparato un sacco di cose mentre lo facevo ed ora posso anche immaginarmi cosa vuol dire fare una cosa così o colà mentre prima no. Cose che credo mi saranno utili per quello che faccio. Mi viene da dire che è stato così impegnativo e lungo che non mi metterei a provare a fare un altro disco così. Penso anche con questo disco di aver aperto per me tante direzioni e che il prossimo potrebbe essere una di queste approfondita completamente.

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FP. Ultima domanda! L’Italia è un paese dove se diventi famoso subito si creano visioni e critiche. Stiamo vedendo quello che accade sui social network riguardo a Sorrentino che trova un sacco di detrattori compreso chi non l’ha visto. Io ho visto che già prima dell’uscita del tuo disco c’era chi lo screditava senza averlo sentito perché era un disco delle Luci. Questo è lo scotto che si paga per essere conosciuti ma come ti poni nei confronti di questa realtà?
VB. In realtà non saprei! Penso che comunque uno è concentrato sul creare invece che sul criticare però nel momento in cui ti esponi dall’altra parte c’è chi lo critica. È una cosa che fa parte del fatto di buttare in mezzo se stessi, quello che fai e anche la vita bella con quello che sognavi di fare: si avverano e sono guardate. Credo anche che tutte le cose che amo di più siano sempre state in qualche modo controverse; sono sempre stati gli artisti che hanno lasciato un loro segno, anche solo piccolissimo, nel loro tempo e nel farlo diventa un po’ un ossessione per i loro contemporanei che li amano o disprezzano ma non li ignorano in nessun modo. Ti trovi con delle canzoni che non vengono trasmesse da nessuna parte e comunque tutti le vanno a cercare per parlarne male o bene perché toccano qualcosa del presente del mondo in cui si è. Poi non so! Rispetto a questa cosa di Sorrentino me ne sono accorto anche io. Per me è uno dei più grandi artisti in Italia ed è moltissimo che non avevamo un regista che si dedicasse a quella tradizione enorme del neorealismo e che riesca a essere profondo, popolare e sperimentale con una voce personale in ogni film. Divertirsi ed essere eccessivi e forse anche pieni di difetti ma andando in una direzione e che ci farà andare anche fuori. Quello che creano questo tipo di artisti è molto più potente del casino di chi chiacchiera.

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Vasco Brondi: chitarra acustica e voce.
Ettore Bianconi: elettronica e moog.
Sebastiano De Gennaro: percussioni.
Andrea Faccioli: chitarre elettriche e chitarre acustiche.
Daniela Savoldi: violoncello.

COSTELLAZIONI TOUR
14/03 LIVORNO The Cage Theatre
15/03 PERUGIA AfterLife
21/03 TANETO DI GATTATICO (RE) Fuori Orario
22/03 SENIGALLIA (AN) MamaMia
29/03 FIRENZE Flog
04/04 ROMA Atlantico Live
05/04 PESCARA Tipografia
06/04 BRINDISI Dopolavoro
07/04 RENDE (Cosenza) Unical
09/04 MILANO Alcatraz
11/04 TORINO Hiroshima Mon Amour
12/04 BOLOGNA Estragon
18/04 VERONA Auditorium Malkovich
19/04 RAVENNA Bronson
23/04 PADOVA Geoxino
09/05 RONCADE (TV) New Age

Autore: Iolanda Cacozza