LIVE REPORT

TRA SACRO E PROFANO, TRA TRADIZIONE ED AVANGUARDIA: LA MASCHERA SI METTE A NUDO IN UN LIVE IN CUI NON MANCA NULLA

Che quello di giovedì 18 al CPA Live di Napoli non sarebbe stato il concerto che mi aspettavo (quello con le sedie, per intenderci) l’ho capito quando, dopo poco dall’ingresso, Roberto Colella (voce e autore dei testi) invita tutti ad alzarsi per godersi meglio la festa, la loro festa. Si parte subito con il pezzo che ha permesso al pubblico di conoscere La Maschera, Pullecenella e con lo stesso pubblico presente è subito duetto. Il brano personifica la napoletanità nel simbolo della città, Pulcinella, che viene sempre di più allontanato e bistrattato dal popolo ma nonostante questo, continua per la sua strada ad affermare quei principi che fanno parte della tradizione partenopea, anche perchè “cchiù nera ra mezzanotte nun po’ venì”.

Il modo migliore per tenersi subito caldo il pubblico, accorso numeroso (forse più delle aspettative), è la presentazione ed esecuzione del secondo brano: Vesuvio, E Zezi. Versione rispettosa di quella originale ma senza perdere le sonorità tipiche del La Maschera che attua una perfetta contaminazione dei generi che hanno trapassato la tradizione musicale partenopea.

Ma la sorpresa è ben visibile sul volto di Colella quando, con l’ingresso di Michele Casio e l’esecuzione di Nata Musica, il pubblico lo accompagna come se fosse ancora sulle note di Pullecenella e allora da qui cambia il concerto. Il sorriso già stampato sul volto del cantate diventa felicità e illumina i presenti in sala. Coinvolge e trascina come pochi grazie al suo trasporto e al suo amore verso quel pubblico, che ricambia divertito ed emozionato.

Il tema quasi sempre presente nei brani eseguiti è un tema generazionale e cioè la tradizione, intesa quella dei costumi o la cosiddetta napoletanità, che va sempre più confondendosi in un epoca dove i rapporti umani, anche a Napoli dove l’hanno sempre fatta da padrone, diventano ancora più confusi e impenetrabili. E allora ecco che O marenaro canta che “o mare se purtato l’alleria” con la preziosa presenza di Mariano De Vita, polistrumentista nonché produttore artistico dello stesso gruppo.

La profonda malinconia che permea le canzoni fa da contrasto con il clima di festa e il volto trascinante dello scatenato Colella, creando quell’atmosfera che La Maschera nei propri brani rivendica e ricerca: cantammo e rerimmo mmiez e guaje (cantiamo e ridiamo in mezzo ai guai – passatemi il dialettismo).

Si cambia genere: entra Sansone (frontman dei Foja), breve introduzione sull’importanza dell’amicizia che fa sempre la differenza e poi tutti a ballare sulle note folk-rock di So semp’ stato cca.

Tocca ora ad un’altra cover, l’avanguardia napoletana dei primi anni novanta porta il nome degli Almamegretta con la voce del Raiz, ed ecco che la Maschera si misura con Nun t’ scurdà.

Chi non ha ancora acquistato il disco, su Smile on your face si guarda stupito pensando ad un’altra cover e invece per la sorpresa generale, il gruppo della Napoli nord-est ci trasporta in un’atmosfera che sa della Parigi degli anni ’20 con questo little folk ironico e coinvolgente.

Arriva, poi, l’altro successo: La confessione. Ovazione del pubblico e momento solenne per questo bellissimo brano che mette un prete davanti alle proprie confessioni, ricevute ed in ultima fatte. Lo canta da solo il pubblico il primo ritornello, con tutto il trasporto che una lirica così intensa e brillante può dare.

Quando si torna alle cover si fa un passo nel classicissimo Indifferentemente rimodernizzata e trasformata in una rumba che permette di fare “o’ burdellone” e dopo  Gente e nisciuno con la fondamentale e intensa collaborazione di Raffaele Bruno nel parlato e  Il ballo del potere che vede il ritorno sul palco di Roberto Guardi in veste di ex, altra cover, altro grande brano ed è Brigante se more. Particolare la scelta dei quattro brani presi in prestito poiché rappresentano proprio in totale tutte le contaminazioni che La Maschera ha preso e rimescolato nel proprio primo lavoro, creando un progetto originale e mai banale.

Arrivati al gran finale, c’è chi chiede già Amarcord che però arriverà solo dopo Fujetenne e un grandissimo assolo firmato Morlando. Sul pezzo di chiusura dell’album tra le fila del pubblico ci si abbraccia e si canta sui ricordi di chi abbandona la propria città di nascita per volontà o necessità ma le immagini e gli odori affiorano sempre così chiari e nitidi soprattutto l’amaro del caffè, immancabile di primo mattino.

Si chiude con un piccolo siparietto con tanto di citazione a “No, grazie. Il caffè mi rende nervoso” e i ringraziamenti immancabili. Chiaramente si torna sul palco per il solito bis rappresentato da La confessione e Pullecenella ma questa è un’altra storia. Lunga vita a La Maschera.

Autore: Antonio Pistone

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