RECENSIONI

JACK RUST AND THE DRAGONFLY IV / SONARS

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Forse un Ep d’esordio così maturo e strutturato dal punto di vista musicale non lo si sentiva da tempo. Si presenta con il botto Sonars, la band anglo-orobica che ha scelto di restare in quel di Bergamo perché “più vicina al cuore dell’Europa”. E questa tendenza all’internazionalizzazione, anche leggermente pretenziosa, si avverte nelle note e nelle sonorità di Jack Rust and the Dragonfly IV, un concept ep in cui, il protagonista, si perde nei meandri dell’universo senza riuscire a comunicare a causa di un guasto al sistema. Al di là dell’esperienza narrativa, è un ep riuscito perché l’intuizione del parlato-radio nel primo brano e il proseguire della storia fanno solo da sfondo a quello che invece conta: la musica. Un po’ come quando in un film che si rispetti, la musica non prende il sopravvento sull’immagine, ma la adorna donandole quel tocco poetico in più.
La voce calda di Frederick Paysden ci lancia, già da Desert Moon, nelle sonorità del progetto attraverso un suono piacevole ma mai banale che ci tiene, secondo me volontariamente, a riconoscersi nelle proprie fonti di ispirazione ma che le trascende creando una sonorità originale attraverso la quale poter esprimere il marchio di fabbrica Sonars.
E’ ancora più evidente nel secondo brano, Dragonfly IV, nel quale, la tastiera, così prepotentemente protagonista nel primo brano, lascia spazio alla voce che copre l’intero minutaggio, accompagnata da echi corali che ci elevano dolcemente, trasportandoci in una dimensione onirica per poi risvegliarci nel passaggio all’altro brano, Flowers in love, grazie ad un pizzico di elettronica che cede il passo alla venatura psichedelica “georgeherrisoniana”, che avrebbe fatto impazzire i giovani degli anni ‘70 e che, clamorosamente, torna in auge grazie ai fratelli Paysden e Serena Oldrati.
Il brano di chiusura, Dilruba, è senza dubbio quello più solenne, dove ogni suono è scandito alla perfezione, e dove personalmente ci ritrovo qualche riferimento gotico. Un brano strumentale che chiude, con rigoroso rispetto, il lavoro della band, regalando all’ascoltatore anche la possibilità di prefigurarsi un finale nuovo, intimo.
Una band che, al netto dei progetti passati, ha dalla sua l’inesperienza e la voglia di innovare (anche nel linguaggio) e che cavalca al meglio, senza farsi mai schiacciare, la post-modernità creando una sintesi tra i generi che hanno segnato il secolo breve e filtrandoli negli anni duemila. Se posso azzardare il paragone con la chimica, definirei Jack Rust and the Dragonfly IV un colloide nel quale i riferimenti musicali si disperdono.

Autore: Antonio Pistone

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