COMANECI LIVE @ AULA F2, UNICAL – RENDE (CS) – 10.03.15

Un cardellino di cartone ritagliato, appeso a due cerchi di fil di ferro larghi abbastanza per farlo volare via: penzola dal soffitto dell’aula F2. Ma lui non scappa, non lo fà, e resta lì, guardando tutti, anche Francesca Amati, che mi saluta e mi accoglie con un sorriso enorme appena entro nello stanzone buio, illuminato solo da due piantane di carta di riso.
Lei e Glauco stanno mangiando qualcosa e bevono vino da un bicchiere di plastica. Scambiano parole e risate con tutti, anche con me. Parliamo della serata che sta per iniziare e mi dice che in un’aula universitaria, con tanto di banchi, non avevano mai suonato. Parliamo dell’atmosfera surreale che si respira e del senso di austerità che il luogo trasmette. Ma anche se non ce lo diciamo, sappiamo entrambi che quello non è il luogo meno convenzionale dove il duo Ravennate si è esibito nel loro peregrinare in lungo ed in largo per il globo.
Due parole sul disco nuovo che è ancora lontano dal vedere la luce: Glauco dice che “ci vogliono le canzoni nuove prima!”, ed allora parliamo della loro estrema flessibilità e libertà “dis-ordinata” che gli consente di prendersela comoda e fare solo le cose che vogliono fare quando gli va di farle.
Passano pochi minuti ed i ragazzi de “Il filo di Sophia” (l’associazione che organizza il concerto) li chiamano per una breve introduzione/intervista prima di lasciare spazio alla musica. Il rischio di sfociare nel dibattito (“NO, IL DIBATTITO NO!” pensiamo un po’ tutti) viene abilmente aggirato dall’ironia e la leggerezza di spirito del duo tra battute e risposte surreali.
Finalmente salgono sul palco: lo sfondo è la lavagna dell’aula e l’aula è piena zeppa di gente, tanto che faccio fatica a spostarmi da una pare all’altra dello stanzone per riuscire a portare a casa qualche foto decente: il buio copre tutto ed il pubblico è in religioso silenzio. Il mio andare avanti ed indietro disturba il rito liturgico scandito dai suoni di Glauco e dalla voce soffice di Francesca.
E’ una trance a metà tra il sogno ed il rito sciamanico quella a cui prendiamo parte. L’allegria ed il perenne buon umore dei due musicisti di qualche minuto prima sono evaporati. Forse è proprio grazie all’esorcismo perpetrato da questa manciata di acquerelli, a volte appena abbozzati, altre volte sorretti da atmosfere elettriche ipnotiche, che i due riescono a conservare quella leggerezza d’animo che si vede quando non sono con i piedi sulle tavole del palco.


Leggi anche: Sonars live @ Caffè Barrè / Rende (CS) 09.03.15


Acquerelli dolciamari, malinconici, che contengono tutti una tensione nascosta, sottotraccia, che corre come un brivido lungo la schiena. Anche quando Glauco, dal barbone lungo e folto che più folk non si può, lascia la telecaster ed imbraccia il banjo per quei piccoli classici di questa piccola band che, outsider da sempre, per scelta, ostinatamente, piazza con la precisione di un dardo avvelenato scagliato in mezzo al petto: We came when the frog started talking, Satisfied girl di cui non se ne ha mai abbastanza, Radiation, per citarne alcune.
Pennellate traslucide, schegge di poesia, di una brevità che sembra fatta apposta perchè tutti trattengano il fiato per tutta la durata del brano, affinchè non si faccia neppure il più piccolo rumore, per assorbire ogni frequenza, ogni lampo delle voci di Glauco e Francesca e dei suoni che gocciolano giù dai loro strumenti.
Anche quando i suoni diventano alcalini, il tappeto in loop fà il prepotente e Francesca gli prende le misure con un cantato secco e monocorde che sembra la parte femminile e gentile di Scott Walker in “Green Lizard“, in “On My Path“, oppure quando in brani come “The Fall” le sei corde di Glauco riempiono distorte l’aria umida appesantita dai respiri profondi della gente in sala, oppure ancora in brani cadenzati come “One Night“, e quando Francesca rimane da sola col suo organo elettrico per regalarci atmosfere rarefatte: dardi infetti al centro del petto.
Non avranno il fisico allenato per eseguire evoluzioni di ginnastica artistica alla stregua della prodigiosa Nadia Comaneci, tuttavia di capriole ed evoluzioni musicali ne fanno parecchie durante l’ora e mezza di concerto.
Ma non c’è alcun dubbio (e nessuno ce lo avrà avuto uscendo dalla porta) che il colpo finale, quello mortale, lo abbiano dato con i bis eseguiti in acustico, senza amplificazione, che prima di una cover di Woody Guthrie ed una “Like” con Glauco all’organo mai eseguita prima dal vivo, hanno fanno sciogliere letteralmente il cuore ad ogni essere vivente: “Flash” proposta in lenta processione intorno alla sala con tanto di ritornello sussurrato nelle orecchie di chi, per caso, si trovava tra il pubblico all’occorrenza.
Applausi fragorosi, commossi, malinconici, salutano una performance intensissima seguita con religiosità e reverenza da tutta stanza affollata. Come fazzoletti sventolati sui binari della stazione; con la stessa tristezza che inzuppa il cuore quando, nel momento stesso in cui si parte, si ha già mancanza di casa.
Se vi capita di avvistare le loro locandine appese sui muri della vostra città, ascoltate il mio consiglio, andateli a vedere. Senza scordarvi di portare dietro un po’ della vostra parte bambina, che vi aiuti ad aprirvi alla loro musica senza preconcetti, e ad un bel pezzo della vostra parte triste: perché ve la possano finalmente sbriciolare con il loro rituale mistico al sapore di vaniglia. E non siate come quel cardellino di cartone: l’unico dei presenti rimasto fermo, appeso, a girare su se stesso, mentre noi altri venivamo spinti lontano dal vento.


Consulta anche: Agenda Concerti


Autore: Antonio Serra
red_arrows