TU PRENDITI L’AMORE CHE VUOI E NON CHIEDERLO PIÙ / CESARE BASILE

Se, come Cesare Basile sostiene, il dialetto è blues, il suo ultimo disco Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più (UrtoVox, 2015) dimostra che anche in Italia il blues può raccontare un territorio. E non serviva la targa Tenco al miglior disco in dialetto, orgogliosamente rifiutata nel 2013 come atto di protesta contro la politica della S.I.A.E., per confermarlo.
C’è chi ha tentato di ricostruire la geografia del delta del Mississipi compilando una storia della sua musica, nessun genere musicale, infatti, è più legato del blues al territorio dal quale proviene. Allo stesso modo questo disco è composto da undici brani che danno voce a una Sicilia fatta di donne e uomini sfruttati, di puttane e signori, di ladri e saltimbanchi. Il musicista catanese disegna le ferite aperte e le improvvise illuminazioni di vite che resistono.
Rispetto agli altri due dischi usciti dopo il ritorno a Catania, Tu prenditi l’amore che vuoi appare di più facile ascolto, senza nulla togliere alla complessità dell’insieme: è anzi ancora più decisamente politico il contenuto dei testi, espresso in versi taglienti e dall’economia sillabica minimale. L’impasto sonoro risulta più arioso e disteso grazie al violino di Rodrigo D’Erasmo e al piano di Manuel Agnelli che bilanciano l’estro dei fiati di Enrico Gabrielli, mentre la batteria di Massimo Ferrarotto si conferma la fedele compagna che è stata negli ultimi anni.


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Con questo album Basile mostra di muoversi all’interno di un universo poetico ormai maturo, che ha le sue costanti: l’idea che la forma canzone serva a narrare una storia, le figure ricorrenti di animali totemici, la presenza di personaggi che per qualche motivo sono esclusi dal consorzio sociale, la differenza fra ciò che è legale e ciò che è legittimo, la spiritualità e la superstizione popolare. Forte di anni di esperienza cantautorale, ma con la freschezza di chi sa mettersi alla prova ad ogni nuovo album, racconta, infine, non solo la sua Sicilia, ma un’intera nazione in mano alla corruzione e all’inciucio.
In pezzi dai titoli eloquenti (Libertà mi fa schifo se alleva miseria, U chiamunu travagghiu) Basile narra il ricatto del lavoro precario, i colpevoli compromessi della classe dirigente italiana, l’emergenza ecologica, assumendo sempre il punto di vista di chi rivendica la propria condizione di fuorilegge, di chi non accetta La vostra misera cambiale come recita il titolo della traccia numero cinque cantata da Rita Oberti. Una nota particolare la merita il brano che dà il titolo all’album: un pezzo sui nostri governanti e sul cinismo beota degli elettori italiani amaramente travestito da canzone d’amore, dove la dolcezza disincantata del ritornello fa da contraltare alla durezza della strofe.


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Autrice: Gianna D’Agostino
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