INTERVISTE

DIGRESSIONI DI LUCA ROMAGNOLI SU TUTTO CIÒ CHE NON È MANAGEMENT CHE DIVENTA POI TUTTO CIÒ CHE È MANAGEMENT

0

La cosa più giusta da fare sarebbe raccontare il concerto del Management al Lanificio 25 che, praticamente, stava per essere buttato giù nel vero senso della parola – con tanto di cassa in bilico – e poi, schiaffarci sotto l’intervista, botta e riposta, con quel genio di Luca Romagnoli. In realtà sarebbe giusto solo perché il piccolo, ma grande, pubblico del Dafenproject si aspetta ciò, ma, a mio modo di vedere, non sarebbe giusto – o il modo giusto – per raccontare quello che ci siamo detti Luca ed io prima e dopo il concerto.
Questo perché il front man della band di Lanciano, risponde anche alle domande che gli poni (due battute), poi inizia a viaggiare da un punto ad un altro con una leggerezza e, allo stesso tempo, con un trasporto unici. Allora giù a far considerazioni sui recensori, sulla filosofia, sulla politica, sui suoi dischi, sul ritmo, poi ogni tanto anche sul Management Del Dolore Post-Operatorio. E la cosa più sorprendente, del parlare con Romagnoli, è che riesci a ritrovare nelle sue parole, quello che mette nelle canzoni: i suoi testi, il suo mondo, la sua visione delle cose. Potrebbe sembrare una cosa ovvia e banale, certo, lo ammetto, però è anche vero – e non potete negarlo – che una domanda che ci si pone frequentemente è ‘ma quello del Management ci è o ci fa?’. Ebbene, ci è. Ci è dentro fino al collo. E mi ha regalato una chiacchierata, proseguita anche post concerto, inzuppati di sudore, che mi ha lasciato veramente un mucchio di cose belle. Qualcuna la tengo per me, qualcuna provo a condividerla.
Un album è sempre un’esperienza particolare, mi dice. Perché? Perché tutti sono portati a considerarlo come l’inizio di un percorso, arriva il tour e ci scambiamo tutto: il sudore, le emozioni, i capelli (per chi li perde mentre salta) e gli ormoni. Ok, però, per chi scrive, in realtà l’album è la fine di quel percorso e tutte quelle cose che hai buttato su carta in un periodo precedente della tua vita, forse, ti fa anche male ricantarle su un palco e vomitarle addosso al tuo pubblico. Per me Vieni All’Inferno Con Me ha qualcosa più sul palco, l’ho ascoltata sia al primo maggio di Taranto che a casa, al Lanificio 25 e posso assicurare che dal punto di vista emotivo Luca ci mette qualcosina in più. Non so perché, non so se è solo una mia sensazione, ma non gliel’ho chiesto. Piuttosto, forse, per un pizzico di vanità, gli ho chiesto se avesse letto la mia recensione al loro ultimo lavoro, I love you: negativo. Non legge recensioni perché si dovrebbe fare come Lester Bangs che si drogava con Lou Reed, parlavano dell’album e poi, dopo tutto, diceva che faceva schifo. Perché, però, sapeva da quale melma fosse stato tirato su quel disco.


Leggi anche: Appino, Presentazione “Grande Raccordo Animale”


Prima che cominci a filosofeggiare anche io, provo a fissare un paio di cose sull’album. Il primo e l’ultimo brano, anche per la posizione scelta, vogliono comunicare qualcosa all’ascoltatore. Se qualcuno dovesse scandalizzarsi per frasi come ‘metterlo in culo alla luna’ piuttosto che ‘ pisciare sul sole’, c’è quel pezzo lì, sul finire, che grida chiaramente Lasciateci Divertire perché in fondo è tutto un gioco, è inutile prenderci sul serio. E musicalmente è fatto apposta per il live, non ci sono giochi da studio. E’ tutto così, sporco nel suono e nel linguaggio. Per chi, invece, ha detto che somiglia molto a McMao farebbe meglio ad ascoltare prima l’album e poi sentenziare ché probabilmente somiglia di più ad un album dei Pink Floyd piuttosto che al precedente album della band. Ogni album è diverso dall’altro proprio perché è la vita che è così: devi accettare sia le cose belle che le cose brutte, altrimenti ti suicidi. Cambiamo ogni giorno, facciamo cose che un attimo prima avremmo giurato di non fare, eppure siamo sempre noi, nessuno può dire che per queste cose tu sei diventato un’altra persona. Chi dice che un artista non deve cambiare, o è stupido lui, o è stupido l’artista. E’ la storia dell’umanità questa. Pensiamo sempre di vivere nella migliore delle epoche possibili e poi arriva qualcuno, o qualcosa, che butta via tutto e, scoprendo il velo di Maya, ci fa vedere che, forse, le nostre certezze non erano poi tali e che la storia la stiamo facendo ora, in questo momento, non è solo quella che studiamo: i Greci pensavano di essere arrivati al massimo della civiltà, lo stesso poi quando è arrivato Spinoza, la Rivoluzione industriale, il dopoguerra e così via. Ora noi crediamo di essere nell’epoca più avanzata possibile, in realtà Newton e Einstein sono stati già distrutti dalla fisica quantistica e così sarà, sempre. Bisogna solo rendersene conto e cercare di essere protagonisti della propria epoca, senza essere troppo legati alle cose del passato. E proprio per questo ‘professo’ la distruzione. Ma non la distruzione delle cose, quella è relativa. La distruzione di noi stessi, la destrutturazione – come è destrutturata questa intervista – di quelle categorie che ci attanagliano. I bambini, ad esempio, mandano a fanculo chiunque, a prescindere dalla diversità che ci siamo imposti. Guardare suonare un bambino è una delle cose più belle che esistano, perché anche il ritmo è una dittatura e i bambini sono al di fuori di queste strutture. Ed è questo che voglio dire in Per non morire di vecchiaia; cento anni ci voglio arrivare anche io, ma se devo arrivarci da adulto, come tutti gli stronzi che ci sono in giro, preferisco continuare a lavorare su me stesso e a giocare, fino alla fine. Cosa vuol dire maturità? Sposarsi, avere un lavoro, diventare regolari e camminare su un binario? Solo dal caos nascono le cose belle della vita! Napoli e Palermo sono città bellissime e porti aperti, non solo fisici, ma anche mentali ed è solo grazie a questo caos che possiamo buttare giù tutte queste montagne di merda che ci ricoprono.
Io, poi, avevo anche scritto una frase da leggere a Luca per sapere cosa pensasse a riguardo. La frase è tratta da Così parlo Zarathustra e recita così: ‘Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare un fanciullo? Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sí. Sí, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sí: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo’.
Capirete bene, quindi, che in realtà è diventato un modo per riassumere tutto quello che ci siamo detti prima, e così ci siamo salutati e siamo tornati ognuno ai propri posti: lui sul palco, io in mezzo a pogare. Più di venti brani, una bomba di vita che ‘racconta la bellezza del vivere male e non il male di vivere’.
Dice di non avere un pensiero, di non essere coerente e che forse diamo troppa importanza agli uomini più che alle bestie. Fate voi, io sono solo d’accordo sul fatto che siamo e resteremo per sempre delle Scimmie. Una volta accettato, potremmo saltare ancora di più sul tanto criticato e poco compreso singolo.


Consulta anche: Agenda Concerti


Autore: Antonio Pistone
red_arrows