SHELLAC w/ UZEDA @ ZOOM MUSIC CLUB – MARCELLINARA (CZ) 24.05.15

“Le distanze, a noi, ci fregano sempre, anche quando stiamo nella Calabria stessa”. E’ una frase che ho sentito talmente tante volte! In Calabria è quasi un detto popolare alla stregua di “non ci sono più le mezze stagioni”, “piove: governo ladro”, ” ‘a gatta presciarola fa’ li figli ciecati”, “chianu mierulu, ca ‘a via è petrusa” … ho reso l’idea?

Un po’ è vero: le distanze ci fregano da musicisti, quando per riuscire a mettere insieme due date da Roma in su devi fare i conti al centesimo di Euro per starci dentro, ed accettare anche day-off per 50€ pur di recuperare due soldi di gasolio. Le distanze ci fregano da ascoltatori, quando per vedere un concerto di band blasonate, quando già spendi 60€ a biglietto per esempio, devi poter contare su un budget di almeno il triplo per il treno ed il b&b, sempre che ti possa permettere due giorni di ferie ed il giorno dopo non debba andare a lavorare. Le distanze ci fregano quando ci dobbiamo spostare per lavoro e l’aeroporto di Lamezia è ad 1 ora o più di macchina, ed una volta atterrati dobbiamo prendere un secondo aereo prima di arrivare a destinazione. Un fondo di verità c’è: le distanze ci fregano.

Lo Zoom Music Club è un locale a metà tra una discoteca ed un pub. Per arrivarci abbiamo impiegato 1 ora e mezza di macchina, ci siamo persi due volte, perché sta in mezzo al nulla di una vallata sotto una superstrada, Google Maps non si orientava bene neppure lui. L’ultimo tratto di strada per arrivare davanti al locale è quasi uno sterrato, la stradina è stretta, in salita, poco illuminata. Se non fosse stato per la fila di macchine parcheggiate e la gente per strada non ci saremmo mai accorti di essere arrivati.

I ragazzi di Off – Officine Sonore hanno scelto lo Zoom come location per un motivo che, appena sceso dall’auto, non riuscivo a cogliere per quanto mi sforzassi. Ho pure tirato dentro ad un brainstorming i miei compagni di viaggio, ma non siamo riusciti a venirne a capo. La spiegazione più accreditata sembrava essere quella di scegliere una location geograficamente centrale, per richiamare più pubblico possibile da tutti gli angoli della regione. I fatti però smentiscono la teoria: la comodità di imboccare l’autostrada ed uscire a destinazione avrebbe avuto più senso.

Le distanze ci fregano sempre, lo dicono sempre tutti in Calabria. Le porte della sala rimangono chiuse per un’oretta oltre l’orario previsto per l’inizio del concerto. Pare che anche le due band abbiano fatto un po’ di fatica a trovare il posto e ci siano dei ritardi sul sound-check. Fuori ci sono stand che vendono panini con salsiccia, birra alla spina, ci sono tavolini, qualche bancarella che vende cd e vinili (non ce n’è uno degli Uzeda né degli Shellac nel raggio di 10 km e neppure le due band ce l’hanno dietro). Anche una volta entrati nella sala concerto l’attesa sarà lunga. Il tempo di un’altra birra, un altro cocktail, un altro cicchetto. Gli Uzeda salgono e scendono dal palco, passano dietro le quinte un paio di volte, ma Raffaele Gulisano ed Agostino Tilotta sono ancora comodi sui divanetti del privée. Anche Bob Weston e Todd Trainer girano per la sala con un bicchiere in mano. Il fonico degli Shellac fa girare tutti passeggiando tra la gente. Scorgo da lontano anche il batterista dei Tapso II, Giancarlo Mirabella. La percezione, insomma, è che ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che si inizi a suonare.


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Il problema è che in aggiunta al fatto che le distanze ci fregano, l’indomani è lunedì. Un ragazzone sulla quarantina, con una folta capigliatura riccioluta, due spalle da armadio, l’ennesimo bicchiere di vodka-tonic in mano, inizia a sbraitare contro un gruppetto di persone (no, ti prego, la rissa no!). Intorno a lui si crea un capannello di persone. Tutto sembra tranquillo, sarà solo alticcio, pericolo scampato. Poi dopo qualche minuto lo sento di nuovo urlare alle mie spalle. Mi giro e si avvicina: è incazzato nero (ed anche un po’ più che alticcio) perché viene da Praia a Mare, deve farsi due ore e mezzo di macchina per tornare a casa, il concerto doveva iniziare due ore fa, il giorno dopo deve andare a lavorare, e non può neppure avere il diritto di godersi un concerto punk della sua band preferita (gli Uzeda, ndr) perché qua si fa troppo tardi. Qualcuno accanto a me cerca di calmarlo e gli dice che hanno avuto problemi tecnici e che comunque non c’è molto da fare se non aspettare.

Allora lui si inalbera ancora di più e dice “Urlare! Come sto facendo io che sembro l’unico pazzo della sala, ma sono forse l’unico di buon senso! Questo possiamo fare! Urlare tutti e fare capire a questa gente che i concerti non possono iniziare sempre più tardi! Che se la gente non viene a vedere concerti è perché non tutti possono permettersi di tornare a casa alle 5 del mattino”. L’omone se ne và ed io dentro di me penso che ha ragione. Nel frattempo lui ha già raggiunto un altro gruppetto di persone e sta indottrinando anche loro. Andrà via prima della fine del concerto perdendosi Steve Albini e soci. Dopo qualche altro bicchiere ed un bel po’ di fiele.

Mi guardo un po’ in giro e faccio il conto delle persone che conosco e che ho salutato. Lo stesso fanno i miei compagni di viaggio. Spannometricamente la metà degli astanti ha guidato per 90 minuti, il 20% ha guidato per 120 minuti. Il locale è affollato ma non così pieno come mi sarei aspettato e forse, se le distanze non ci fregassero così tanto, qui in Calabria, sarebbe stato ancora più affollato.

Potrei fregarmene, ovviamente, non sono problemi miei fino a quando riesco a partecipare, saranno problemi dei promoter, certo. Però se ami la tua regione, la tua città, se credi nel sogno di rivalsa di un popolo che vive con un complesso di inferiorità radicato nel corso dei secoli, se ti rendi conto di come un concerto del genere sbarca in Calabria con dieci anni di ritardo, allora ti dispiace che quel tuo amico musicista non sia venuto, che quei ragazzini che ascoltano Fedez ai giardinetti non sentano neppure di sfuggita l’odore metallico delle chitarre di Albini. Crescono con liriche finto hip-hop intramezzate da ritornelli melodici sgrammaticati. Ti dispiace perché concerti del genere a noi in Calabria sono sempre mancati, perché sono didattici, perché sono da vedere, capire, studiare. Perché bisogna fare tesoro di tutto ciò che è diverso da noi, per storia, cultura, piglio comunicativo. Perché se non diamo possibilità a chi ha 15 anni di scegliere gli stimoli che gli sono più congeniali attraverso un ventaglio di offerte disponibili, allora sarà sempre costretto ad omologarsi. Perché se non facciamo i conti con queste dannate distanze, non solo geografiche, ma soprattutto culturali, se non facciamo qualcosa per invertire il corso della storia calabrese e della mentalità degli adolescenti, continueranno a credere che Maria De Filippi, X-Factor e The Voice siano gli unici modelli da seguire. Loro cresceranno con una mentalità ristretta e noi avremo perso la nostra lotta, schiacciati dalle dannate distanze.

Questa cosa in Sicilia l’hanno capita più di vent’anni fa. Gli Uzeda vengono da lì. Da quella Catania che era considerata, tra gli anni ’90 ed i primi 2000, una piccola Seattle. Quando salgono sul palco ed imbracciano gli strumenti la gente si accalca sotto al palco, come un muro. Sarà dura cambiare angolazione per portare a casa qualche foto decente, infatti ad un certo punto ci rinuncio. E’ come camminare nelle sabbie mobili. Per di più nessuno riuscirà a stare fermo per tutta la durata dell’evento ed io avrò problemi di fuoco e di stabilità per colpa dei tempi di otturazione.
Ma il concerto dei catanesi è da manuale. Fulminante, adrenalinico, potente. Il quartetto è una pigna. Ci regalano un set di undici brani, interrotti solo quando qualcuno lancia una bottiglia d’acqua e Giovanna Cacciola si arrabbia un po’, vuole evitare di rischiare la vita con una scossa elettrica, dice. Ma lei sembra una sacerdotessa in trance quando afferra il microfono. Scandisce le liriche con un’aria quasi austera. Marcia sul posto ed allarga le braccia scuotendo la testa con un incedere marziale. Raffaele Gulisano è quello che si dice un bassista granitico. Le linee musicali disegnano paesaggi perfettamente a fuoco ed illuminati da una luce psichedelica. C’è una sorta di ritualità che si percepisce intensamente, data dalle reiterazioni, dal susseguirsi ciclico di frasi musicali brevi. Una presenza quasi sciamanica che officia il rito scandito dalla batteria di Davide Olivieri che detta i tempi della funzione, senza perdere un solo colpo. Con una precisione ed un’eleganza che lascia basiti. Agostino Tilotta è il tarantolato del gruppo: lancia sferragliate elettriche e cesella armonie assurde nelle quali si inerpica come un cervo, fino in cima a vette di roccia a strapiombo su vallate di rumorismi. Si dimena, soffre, ci regala uno show di smorfie e pose che danno quel tocco di epicità ad una performance che scorre per quasi un’ora liscia come l’olio. Poi Giovanna saluta tutti, ringrazia e lascia il palco alla band compagna di viaggio.


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Io ci scommetto quello che volete, ma sono convinto che tutti si sono chiesti com’è che gli Uzeda non fanno un disco nuovo dal 2006? Qualche brano nuovo lo stanno proponendo dal vivo da quasi dieci anni ormai e sono delle bombe! Cosa li frena? Cosa li trattiene? Per di più che la quasi totalità del loro catalogo è soldout, sarebbe un ottimo pretesto per ristampare qualche vecchio disco, magari rimasterizzato ed in vinile. Mistero della fede… non possiamo che sperare.

Pochi minuti di attesa ed il trio di Chicago prende il controllo del palco. La batteria avanza fino quasi al limite delle assi. Le aste microfoniche di Albini e Bob Weston pure. L’inconfondibile tracolla allacciata attorno alla vita e gli occhialini da Harry Potter disegnano il profilo di uno dei più importanti attori del panorama musicale mondiale degli ultimi 30 anni. Siamo tutti accalcati sotto al palco. Qualcuno riuscirà anche a toccare le corde della chitarra di Albini facendole riverberare. Calore, sudore e tensione iniziano a montare in un crescendo a perdifiato. Riusciamo a sbirciare la scaletta: 35 brani. Trentacinque! Come puoi non sorridere istericamente? “Stasera ci distruggono!” prevede felice una ragazza accanto a me. Poi i brani non li faranno tutti, purtroppo, ma ci andranno vicini. Sarà un set memorabile. Non c’è un attimo di respiro ed i brani corrono veloci e potenti come una scarica infinita di cazzotti dritti in faccia. Rullate a rotta di collo, feedback laceranti, riff mat(h)ematicamente impossibili da calcolare. Gli Shellac non concedono nulla agli anni che passano, ci trascinano come un fiume in piena. L’energia che trasudano è paragonabile solo alla precisione meccanica, ad orologeria, con la quale snocciolano ogni singolo passaggio di un concerto senza la minima sbavatura.

Pescano brani da tutti i loro album e la loro fama è tale che sugli intro più emblematici parte l’urlo euforico dei fan che sanno cosa aspettarsi e pregustano la leccornia. Questo concerto ce lo siamo preparati tutti molto bene, non c’è che dire, lo abbiamo atteso ed abbiamo fatto i compiti a casa. Degli Shellac quello demandato a gestire i rapporti col pubblico è Weston, che prova a colloquiare nei pochissimi attimi di silenzio dedicati all’accordatura degli strumenti e prende in prestito dal pubblico cappelli vari ed un paio di corna da cervo. Ma l’inglese in Italia è ancora una materia pallosa che si deve studiare a scuola e lì rimane relegata, figuriamoci in Calabria, perciò in pochi capiscono che vorrebbe fare una sorta di botta e risposta comica, chiedendo insistentemente al pubblico di fargli domande e ricevendo in cambio, dopo qualche minuto di imbarazzo, solo una richiesta di un brano. Urlata con una pronuncia quasi incomprensibile, tanto che Bob non capisce e chiede a Steve cosa voglia dire. Lui da poliglotta navigato (ho scoperto, da YouTube, che conosce finanche il Giapponese) gli dice “Sta urlando il titolo di una nostra canzone!”.

Inutile provare a ripercorrere la scaletta, non me la ricordo neppure e sforzarmi di dare un ordine a quel flusso torrenziale sarebbe sterile; vi dico solo che è stato un concerto divertentissimo. Ed è così che viene spontanea una considerazione sulla grande differenza che c’è tra una band uscita da un talent show e gli Shellac: l’ironia. Il suono di Albini e soci ce l’avete ben presente tutti, vero? Spero di sì, e se non dovesse essere così un buon punto di partenza potrebbe essere l’ascolto del loro disco più recente Dude Incredible. Ad ogni modo il suono del trio di Chicago è tutt’altro che leggero, scanzonato ed allegro. Eppure gli Shellac sanno coniugare dissonanze, tempi dispari, sferragliate lancinanti, stacchi secchi da macellaio, con una dose perenne di ironia e denti digrignati. Non si prendono sul serio come se fossero degli strafighi più attenti all’acconciatura che ad altro, come il 120% dei “talenti” televisivi, ed è la loro forza. Ogni volta che giocano sul palco a fare facce, a urlare battute, bestemmiare, lo vedi che si divertono. Quando si mettono a fare gli aeroplanini come in Wingwalker, con le braccia tese, fanno finta di planare e stare in equilibrio, si divertono, si vede che si divertono, e tu ridi, sorridi, stai bene. Poi Albini prende il microfono e ti tramuta il sorriso che hai sulle labbra in un ghigno agrodolce, perché ti racconta che l’aeroplano è una metafora della sua vita ed anche una scusa, per non avere alcuna responsabilità, per dire tutto ed il contrario di tutto, perché da lassù tutto sembra piccolo ed insignificante, come granelli di polvere. Un aeroplano è più grande di una casa, è enorme, contiene centinaia di persone, eppure ci sembra normale che ci passi ogni giorno sopra la testa. Ci racconta di tre giorni di veglia, di tre giorni di sostante psicotrope, di come droga e stanchezza trovano in fine un equilibrio e ci si sveglia in una stanza da letto con un altro uomo ed una donna, sopraffatti dalla vergogna per ciò che si è. E poi di come da sopra a quell’aereo sarebbe facile premere quel bottone e sganciare quella bomba e spazzare via tutto. Uccidere chiunque senza doverlo guardare neppure in faccia. E’ facile tanto quanto premere un bottone su un joypad. Non ci vuole nessun coraggio. Quadrato, cerchio, sinistra, su, su, sinistra. Senza doversi sentire o essere per forza la persona peggiore mai esistita. Poi Bob fa vibrare le corde del suo basso e Steve si slaccia la chitarra attorcigliata intorno alla vita ed urla dentro ai pickup. E ripartono come un carroarmato, fino all’outro fatto di giochi di toni al ribasso con le chiavette degli strumenti. Colossale è il solo aggettivo che mi viene in mente ripensandoci ora.

Non premono bottoni rossi gli Shellac, ma sganciano comunque bombe a raffica e tra il pubblico ci si scatena, letteralmente. Stage-diving ripetuti, urla e balli forsennati. Sudore ed adrenalina come una stagione delle piogge. Avanti così per un numero di brani e minuti imprecisati. Scusatemi, non riesco neppure a ricordare quanto sia durato, non ho neppure guardato l’orologio alla fine del concerto. So solo che quando annunciano l’ultimo brano, nel bel mezzo del pezzo va via la luce e si spegne tutto. Troppo carico sul contatore, troppi watt, troppa energia. Passano 2, forse 4 minuti, poi torna la corrente. “Ricominciamo da capo?”“No, basta, facciamo un altro pezzo”: The End Of Radio comincia con Albini che sfoggia il suo italiano. “Questo cazzo di microfono non funziona. Questo cazzo di microfono non funziona.”, forse bestemmia pure, non sono riuscito a capirlo, poi partono potenti e tirati come fossero appena saliti sul palco.

Il finale è ormai un classico: Todd Trainer rimane da solo a suonare mentre Steve e Bob si slacciano gli strumenti e iniziano a smontare tutto. Gli tolgono via pezzo per pezzo la batteria mentre lui continua a pestare fino a quando non gli rimane solo la cassa. Poi Weston porta via anche quella e lo sgabello e se ne vanno.
Inutili le urla e le richieste del pubblico di altri brani, ormai è fatta. Albini ripassa sul palco a dare il cinque alle prime file e dice “no, no, basta, il concerto è finito”. Weston prende gli scatoloni con le magliette, le stende sul palco e si siede sul bordo, sudato come una anguilla. Parte la giostra di abbracci appiccicosi, foto, acquisti di t-shirt, alla quale neppure io mi sono sottratto, non fosse altro perché speravo avessero altro merchandise, e invece no, solo magliette.
Mi ripulisco le braccia e la faccia del sudore di Weston e guadagno l’uscita. Seduto ad un tavolino c’è Tilotta che mangia qualcosa, da solo. Sembra un bel piatto ricco e lui sembra stanco. Sarà stata l’una di notte, forse le due, forse più tardi, non lo so, ero in estasi e col sorriso stampato in viso, come tutti gli altri. Non me la sono sentita di disturbarlo. Quell’attimo di riposo e solitudine se l’era guadagnato tutto e lasciarlo in pace è stato un po’ il mio modo per dirgli grazie, dal profondo del cuore.


Consulta anche: Agenda Concerti


Autore: Antonio Serra
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