LIVE REPORT, PHOTO REPORT

MANU CHAO @ LA SILA SUONA BEE, CAMIGLIATELLO SILANO (CS) – 25 LUGLIO 2015

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Manu Chao (w/ Federico Cimini / Marvanza / Villazuk / Musicanti del Vento / Nuju / Spasulati Band)

 

Il messaggio parla chiaro: il pass lo potrò ritirare tra le 13:30 e le 15:00 direttamente in biglietteria. Conosco bene la strada per arrivare in Sila, anzi, ne conosco almeno un paio, anche tre. Per giunta a Camigliatello ci sono stato poche settimane fa e so per certo che sulla statale, a causa di lavori di ammodernamento, ci sono una serie di semafori, che l’ultima volta mi hanno fatto morire di caldo, incolonnato al sole, proprio intorno all’ora di pranzo. Decido di evitare la SS107 e fare la Provinciale fino a Lorica per poi tagliare sulla statale in senso opposto. Il tragitto si allunga di molto, ma alla Sila sono particolarmente affezionato, mi piace guidare tra quelle strade in salita.

Alle 12:30 Cosenza è un bagno di sudore mentre io mi godo il fresco di castagneti e pinete lungo la strada. A Lorica pioviggina ed il paesaggio ne giova, diventando ancora più suggestivo; nella classifica dei viaggi più belli che ho fatto, stilata proprio ieri, al primo posto c’è l’Irlanda con i suoi prati verde smeraldo e le sue scogliere mozzafiato, ma l’altopiano della Sila, ragazzi, è uno spettacolo che non ha eguali. Se solo fosse valorizzato a dovere, se ci fossero politiche di riqualifica, di miglioramento dei servizi, di sviluppo dell’offerta turistica, magari con un occhio alla sostenibilità ed alla salvaguardia dell’ambiente…sarebbe l’angolo di paradiso dell’Europa intera.

Il festival si chiama La Sila Suona Bee (altro che Shawn the sheep!), è alla seconda edizione e tra i suoi propositi figura anche la riappropriazione e la valorizzazione degli spazi collettivi e del (notevole) patrimonio naturalistico. Mentre sulla statale viene giù un acquazzone mi domando cosa ne sarà del concertone se questo tempo negherà clemenza. Per fortuna è passeggero e rimangio tutto, pace fatta.

L’area che ospiterà l’evento è ad un paio di chilometri da Camigliatello e la raggiungo molto velocemente. C’è un ampio sterrato adibito a parcheggio dove mi fanno lasciare l’auto per la modica cifra di 4€. “Meco*****!” penso, ma poi ci rifletto e comprendo l’importanza di sostenere lo sforzo della macchina organizzativa. I cancelli li raggiungo dopo un centinaio di metri di passeggiata e c’è già un bel po’ di calca. La sicurezza mi indica un banchetto accanto alla biglietteria; saluto Ester con un abbraccio discreto, lei mi informa dei vari “dos & donts” di rito, poi mi consegna il magico braccialetto bianco.

L’area live è enorme. A guardarlo dal viale asfaltato incorniciato da pini altissimi, l’estremità opposta dove è già stato eretto il palco sembra lontanissima. In fondo al viale c’è l’area ristoro da 600mq messa in piedi dal Gruppo di Azione Locale (GAL) della Sila: piccole aziende locali unite con lo scopo di promuovere l’enogastronomia a chilometro zero. Gli stand sono tanti e ricchi di prodotti deliziosi, dai panini con caciocavallo silano piastrato, alla salsiccia e pancetta di suino nero calabrese, vino, formaggi, frittelle, salumi, mozzarelle, polpette, patate, dolci tipici e finanche una pasta fresca fatta con farina di canapa. In effetti ci sono piantine di canapa, in vaso, disseminate per l’area food, ma ovviamente tutte senza un microgrammo di principio attivo psicotropo. Tuttavia qualcuno strapperà delle cime credendo di fare un affare. Resterà deluso ed immagino gli converrà passare all’origano piuttosto. Dopo un panino con pancetta di suino nero e caciocavallo piastrato irrorato da un buon bicchiere di vino rosso, continuo la perlustrazione.

Le band in programma sono sette, le prime sei sono calabresi, la settima è quella capitanata da Manu Chao. Dopo qualche ora, passata nell’attesa che lo scampato pericolo pioggia venga dichiarato definitivo e sfruttato per completare i sound-check, il palco viene acceso, il tetto con le luci issato fino in cima alle torri e finalmente la maratona musicale ha inizio. Ester, da sopra al palco, introdurrà tutte le band che si susseguiranno. Io mostro il pass all’uomo della sicurezza e mi intrufolo al di là delle transenne con la macchina fotografica al collo.

Il primo a calcare la scena è Federico Cimini con la sua band, arrivato per il rotto della cuffia dopo una disavventura col furgone, che da Roma lo doveva traghettare fino in Sila, in panne dopo pochi chilometri dalla partenza. Il suo set è secco ed asciutto, come si conviene ad un cantautore di classe. A tratti un po’ troppo gigione, forse, in altri momenti troppo derivativo. Tuttavia il suo stile senza fronzoli è diretto e pulito. I suoi testi sono cristallini e le melodie orecchiabili. Ha una buona dose di sfrontatezza che gli consente il lusso di approcciarsi (bene) ad una cover di Io Sto Bene dei CCCP eseguita come fosse un brano scritto da lui in persona. Il pubblico risponde positivamente al suo set e lui sembra consapevole del fatto che di tempo per farsi le ossa e conquistarlo tutto, un giorno, ne ha tanto.

I Marvanza vengono da Monasterace e sono un collettivo che propone un mix di ragamuffin e dub. Dreadlocks, vocioni, basso in prima linea, testi impegnati scanditi spesso in dialetto. Una formula musicale forse un po’ abusata nel corso degli anni che meriterebbe una sostanziosa opera di svecchiamento. Questi ragazzi sono bravi, sanno come coinvolgere il pubblico, hanno una energia sul palco che non ha nulla da invidiare a quella di artisti internazionali ben più navigati. Tuttavia la storia della legalizzazione della marijuana, col teatrino della pianta giocattolo che cresce a vista d’occhio, è probabilmente un po’ retrò e di scarso impatto. In un’epoca in cui il processo di legalizzazione è in atto, o comunque in discussione, dagli Stati Uniti fino alla nostra Italia, per quanto sia doveroso alimentare il dialogo, calcare troppo la mano perde ormai di mordente, facendo ombra a quanto di buono mette in opera la band durante la performance comunque positiva.

I Villazuk salgono sul palco acclamati dai supporters che li seguono ormai da anni. Si sono costruiti una fanbase spessa e solida grazie al loro peregrinare in lungo ed in largo per lo stivale e soprattutto per la Calabria. La vena cantautorale, qui, è più stratificata, impreziosita da arrangiamenti curati, strutture armoniche ben costruite. Una band composta da fiati, percussioni, le immancabili chitarre acustiche, elettriche, basso, tastiere, batteria; insomma, tanti elementi che compongono un puzzle sonoro di grande impatto e pienezza. Forti di una serie di “hit” che negli anni hanno portato fortuna all’ensemble, sanno cosa il loro pubblico vuole ascoltare, ma si emozionano ancora quando la platea canta a memoria, in coro, la prima strofa di Fiorecrì, un brano che vale una carriera e che ha già portato tanta fortuna ai ragazzi di Spezzano. Ma questi ragazzoni della presila calabrese meriterebbero molta più esposizione ed il mio augurio è che possano fare presto il grande salto.

L’intensa attività live ha premiato nel tempo anche i Musicanti Del Vento, anche loro con uno zoccolo duro di fan che li adora e li osanna. La giovane età gioca a loro favore in una prospettiva di crescita e maturazione artistica. Ciò che è certo è che la vena compositiva è anche qui di indiscusso pregio. Questi ragazzi di strada ne faranno sicuramente ed il loro destino appare chiaro all’orizzonte: avranno fama e fortuna. Con le carte che si ritrovano in mano non possono perdere la partita con il successo. Testi ironici ed arguti, uniti a perizia tecnica ed indole festaiola sono il loro biglietto da visita. Come dire che non gli manca niente.

I Nuju sono ragazzi calabresi che da tempo vivono a Bologna. Definiscono la loro musica urban-folk-rock. I territori sono quelli di un cantautorato eclettico, con una spruzzata di elettronica ed un pò di patchanka. Suoni pieni e rotondi, calibrati bene e mischiati con gusto. Anche loro macinano concerti a più non posso e sanno tenere il palco con una naturalezza disarmante. Forse il loro approccio è un po’ blasé (o forse lo sono io di fronte alla loro proposta), tuttavia il miscuglio funziona a dovere e fa breccia tra la gente. Il frontman ad un certo punto si rende protagonista di una performance particolare, probabilmente preso da un impulso che lo ha trasformato in un emulo dell’Eddie Vedder degli esordi. Emulando l’ex benzinaio durante le sue storiche esibizioni di Porch, il cantante dei Nuju inizia a scalare una delle torri che cingono il palco, fino a raggiungere una altezza di una ventina di metri. Da lì si sporgerà e lancerà coriandoli verso il pubblico (blasé… l’ho detto?). Ottimi il senso di teatralità e l’affiatamento del gruppo. Una proposta sicuramente interessante che richiede forse un ascolto più attento ed approfondito.

La Spasulati Band rappresenta la storia del reggae calabrese, arbereshe e non. Oserei quasi affermare che rappresenta una generazione di musicisti calabresi, tout court. In giro da 15 anni, festeggiati poco tempo fa con una raccolta in free download, hanno girato letteralmente il mondo (Austria, Belgio, Germania, Inghilterra, Svezia, Svizzera, Albania) portando in giro il loro miscuglio di suoni e razze intriso di Jamaica e tradizioni antiche, tramandate nei secoli con cura e rispetto. Loro con Manu Chao c’hanno già suonato nel 2001 a Milano, in piazza Duomo , allora c’erano 100.000 persone. Hanno collaborato con Tonino Carotone e partecipato a due edizioni del Rototom Reggae Sun Splash. La RAI gli ha dedicato un documentario ed hanno condiviso il palco con mostri sacri del reggae internazionale. Sono degli idoli qui in patria e l’effetto che ha sul pubblico il loro set lo conferma. Per un momento sembra quasi che gli headliner siano loro. Coinvolgenti e sincronici, nonostante le evoluzioni della lineup il tempo ha saputo rendere giustizia ad una band che è cresciuta e maturata benissimo. Per raccontarvi tutto di loro ci vorrebbe un capitolo a parte. Cercateli sulla rete e se vi piacciono i suoni in levare non riuscirete a fermare i vostri piedi.


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Sono le 20:30 ed è il momento dell’artista tanto atteso. Per la sua prima data in Calabria è accorsa una marea di gente. Mi alzo su una transenna chiedendo scusa a gli astanti e lo sguardo si perde. Saranno 10.000 persone, ma viste da qui sembrano il doppio. Mi rendo conto solo ora che al termine dei canonici tre brani, durante i quali mi sarà concesso di fare foto, non riuscirò mai a tornare al di là dalle transenne. La gente è accalcata, compatta, e spinge. Un muro di persone giunte da chissà dove ha invaso l’enorme prato, trepidanti, al calar del sole, per lo spettacolo del re della patchanka.

Il suono di una sirena e l’urlo di Tarzan introducono i musicisti che, uno per volta, salgono sul palco accolti da boati. Poi appare lui, Manu Chao, con l’inseparabile berretto ed i calzoni corti. Lo spettacolo ha inizio e la folla è in delirio. Per due ore e mezza salteranno, balleranno, canteranno, rideranno senza soluzione di continuità. Sarà una festa di suoni e colori, di malinconia ed impegno sociale, di spensieratezza e pugni chiusi alzati al cielo. Manu Chao spenderà fino all’ultimo filo di voce, dando fondo a tutto il suo fiato pur di non farci mancare salti, balli e cori da stadio. Più volte urlerà i suoi grazie alla Calabria, la “pazza Calabria” come sottolineerà ripetutamente durante lo show. Non lascerà da parte nessuno dei classici per cui la gente ha pagato il biglietto e l’affluenza non cesserà fino alla fine del concerto.

I bis concessi saranno due, ed ogni volta che il francese risalirà sul palco lo farà con ancora più energia. Accanto a me nel pit c’è un cospicuo gruppo di persone; musicisti che si sono esibiti, gente accreditata, persone dalle conoscenze giuste, ecc. C’è anche un ragazzo della sicurezza e mi rendo conto di conoscerlo, così lo saluto e lui mi racconta che ancora fino a poco prima dell’inizio del bis, c’era gente che pagava il biglietto per entrare. Sarà che sono abituati ad andare ai concerti a mezzanotte, sarà che pur di non perdersi l’evento la gente si è accontentata anche di un’ora sola di uno spettacolo che andava avanti dalle 15:30 del pomeriggio, fatto sta che l’evento è stato un successo.

Quando tutto finisce io sono stremato. Non sono riuscito a trattenermi dal ballare per tutto il tempo. Il suono trascinante della band e le hit da paura nella faretra del folletto col berretto, sono un mix potentissimo. L’energia del combo, nel quale figurano anche due ragazzi salentini ai fiati, ha trascinato quella marea di persone quasi senza sosta ed ora siamo tutti stanchi ma felici, soddisfatti. Una vena di euforia mi pervade. Che bello che è stato!

La gente inizia a confluire come una grande onda verso i cancelli d’uscita. Molti seguiranno il sound system della Mujina Crew, io mi accodo alla fila che va verso l’uscita e raggiungo la mia auto con l’aiuto della torcia del cellulare. Lì nello sterrato tra poco ci sarà una folla, ma io sono uno dei primi e non ci metto molto a raggiungere l’asfalto, nonostante il traffico di vetture che mi precede. Entrambi i lati della strada che porta a Camigliatello sono zeppi di macchine parcheggiate; c’era davvero tanta tanta gente. Guardo l’ora e mi viene da sorridere: non sono neanche le undici e mezza ed io sono già sulla statale diretto verso casa. Finalmente un concerto che finisce ad un orario decente! Avrei voglia di chiamare Ester (se avessi il numero) e dirle che per una volta abbiamo vinto! Che il concerto è stato un successone ed è stato bello riappropriarci finalmente degli spazi e della natura ed essere in così tanti. Che l’organizzazione è stata perfetta ed io sto tornando a casa finalmente ad un orario umano e per strada non c’è neppure tanto traffico e si cammina normalmente. Per una volta abbiamo vinto! Anche se molti si lamenteranno del fatto che all’ingresso gli hanno trattenuto il vino e le bottiglie di plastica (ché forse per l’acqua si sarebbe potuto evitare di farlo). Abbiamo vinto anche se in molti penseranno che è sempre la solita storia del voler a tutti i costi fare cassa. Ma in fondo è lo stesso concetto che ha espresso il cantante dei Nuju prima di concludere la loro performance: dobbiamo supportare la musica indipendente, le associazioni, i festival, gli eventi ambientalisti.

Ha ragione, dobbiamo supportarli anche quando non c’è un nome altisonante come Manu Chao a fare da catalizzatore. Dobbiamo crederci in un mondo diverso, in una economia dal basso. Crederci e supportarla anche se vuol dire spendere uno o due euro in più, perché è così che si fa la differenza. Abbiamo vinto perché, in fondo, molti avranno bevuto meno rispetto a quanto avrebbero fatto in altre circostanze allo stesso costo, ma hanno bevuto sicuramente meglio, in più supportando un piccolo produttore locale. Abbiamo vinto perché molti avranno mangiato meno rispetto a quanto avrebbero fatto in altre circostanze allo stesso costo, ma hanno mangiato cento volte meglio, gustando prodotti genuini, freschi, davvero a chilometro zero, dando supporto a i piccoli produttori del GAL Sila. Economia dal basso e decrescita significano anche questo: rinunciare a qualcosa, mangiare meno, diminuire i consumi, gli sprechi, gli eccessi, supportare chi vive e fa i conti ogni giorno, per sopravvivere, con l’economia globale pur di offrire un’alternativa sostenibile. Abbiamo vinto, per una volta, anche grazie a loro.

La statale raggiunge i primi centri abitati; il Parco Nazionale della Sila arriva fin quaggiù ed è una risorsa inestimabile. Mentre mi ripeto ancora una volta che abbiamo vinto sento uno strano odore, pungente, cattivissimo. Poco più in là una grande scritta su un muro ironizza “Rifiuti Freschi”: è riferita alla discarica di Celico. Ora so da dove arriva il cattivo odore. Rifiuti ammassati a pochi metri dall’area protetta del parco ed a pochi metri dalle abitazioni. L’odore è nauseabondo ed io cerco di tornare con la mente a poche ore prima, per ricordare se tra le tante bandiere ce ne fosse stata una del Comitato Ambientale Presilano, che lotta affinché la discarica di Celico venga chiusa.

Mi viene in mente Vittorio che fino all’ultimo ha tentato di portare la bandiera NO TAV fino al palco, respinto da sicurezza e forze dell’ordine in borghese. Un’altra battaglia da combattere quella, è vero, ma qui a pochi metri da me ce n’è una che ci tocca personalmente ogni santo giorno. C’era lo striscione tirato fuori ad un certo punto dalla Spasulati Band, un lungo lenzuolo bianco che urlava a caratteri cubitali “Casa e Reddito X Tutti”.

Mi viene in mente che il cantante dei Villazuk ha dedicato il loro brano più celebre oltre che a Gigi Marulla anche a Stefano Cuzzocrea e penso che a Paola ci si ammala di tumore con una incidenza quattro volte più alta che in tutto il resto d’Italia. Le cause pare siano l’inquinamento, i rifiuti tossici e forse la Jolly Rosso. Rifiuti! Rifiuti che causano il cancro. Malattie che uccidono i nostri cari causate dai rifiuti, speculazioni sull’ambiente che stiamo tenendo buono per i nostri figli (come si diceva una volta). Abbiamo vinto? Ester, abbiamo davvero vinto? Per fortuna non ho il suo numero, perché di bandiere, di parole, di slogan, contro quella discarica non ce ne sono stati, non ne riesco a ricordare neppure uno. Ci siamo riappropriati di uno spazio è vero, di un’idea, di un concetto di sostenibilità, di rispetto per natura e per le risorse che può offrirci ed è stato bellissimo, un successo, ma ancora no, non abbiamo affatto vinto.

 

 


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Autore: Antonio Serra


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