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COLOR FEST 3 @ PARCO MITOIO – LAMEZIA TERME (CS) – 2 AGOSTO 2015

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Avete presente quello stato, quella sensazione, che segue una scoperta inattesa? No, non è la serendipità, su quella trovate parole a bizzeffe in giro per la rete, ché per un po’ è andata molto di moda, più o meno come va di moda oggi ficcare da per tutto la parola resilienza. Io comunque mi riferisco a quando avete quel sentore, quella consapevolezza, che al mondo ci sono talmente tante sorprese, nascoste bene, da poter vivere lo stupore ogni giorno per anni. Una sensazione che provate sempre nell’attimo in cui vi trovate davanti qualcosa di bello che non avreste immaginato di vedere in quel momento e pensate “Ma certo!”. Questa sensazione l’ho provata entrando per la prima volta nell’arena del Parco Mitoio a Lamezia Terme, per la terza edizione del Color Fest.

Un anfiteatro di pietre a poche centinaia di metri dalle terme, incastonato nella montagna, che quando alzi la testa e vedi lo strapiombo, se sei un impallinato di serie TV, ti sembra di essere a Wayward Pines. Due palchi, uno di fronte all’altro. Quando riesco ad entrare i McKenzie ed Alessio Calivi si sono già esibiti, mentre La Fine hanno da poco iniziato la loro performance. Lo screamo-core dei cosentini scuote il pubblico, ancora rado, che si agita un po’ per le vespe che svolazzano, un po’ per il caldo. La Fine spingono sull’acceleratore e non si risparmiano. Schitarrate affilate e linee di basso scolpite nell’alabastro fanno da contrappunto ad una batteria pneumatica, potente. The next big thing from Cosenza. Mettono in scena la resa, il cinismo, la consapevolezza di un tempo in cui è tutto inutile, niente conta più davvero, un’epoca in cui “tanto alla fine/è tutto inutile/quel che hai da dire“, una generazione consapevole che “tanto alla fine/tu non lo sai/cos’hai da dire“.

I Dissidio sembrano voler puntare tutto sulla presenza scenica. Eppure sono tecnicamente molto validi. Si destreggiano tra cambi di tempo, brani infiniti che sembrano concludersi per poi ricominciare, miscugli di generi ed atmosfere appiccicate con lo scotch dopo essere state apparentemente tagliate in piccoli pezzi con l’accetta. Un po’ Frank Zappa, un po’ Primus, li avrebbero ricordati in molti per i brani assurdi, complessi, con influenze che spaziano dalla classica al pop al metal. Invece quasi tutti li ricorderanno, purtroppo, per il chitarrista/cantante in mutande e “scarpini”, basso e batteria dipinti di nero ed il teatrino del gioco a premi che prevedeva due persone del pubblico sul palco a scontrarsi a colpi di riconoscimenti di brani inseriti dentro al pastiche in chiave distorta eseguito dalla band lametina. Peccato non si prendano un po’ più sul serio e non puntino più sul suono che sul cabaret.

I Camera237 sono una certezza, ed infatti il loro set non avrebbe sfigurato sul main-stage. Una decade di live in lungo ed in largo per l’italia, tre LP, più uno in uscita questo inverno, che hanno segnato un percorso, una evoluzione, traghettando la band dal post-rock degli esordi fino ad un sinuoso ed elegante mix di pop, indie ed elettronica. Ricevono applausi e urla; spetta a loro radunare il pubblico, fare numero, per il prosieguo della serata. E ci riescono, attirando tanta gente. Matematici e trascinanti, un repertorio nel quale non mancano brani divenuti dei classici per chi li segue, autorevoli sul palco, come sempre, spiccano per professionalità e compattezza sonora. Perché non siano ancora arrivati in cima, nella scalata verso il grande pubblico, è un mistero. Il prossimo album, dal quale ci regalano un paio di brani in anteprima, sarà probabilmente quello giusto. Presenza scenica e stile sono già a puntino.


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I busti si torcono, le teste si girano: dalla parte opposta si accende il main-stage. Apripista è Jacopo Incani a.k.a. Iosonouncane. Il suo ultimo lavoro, DIE, è sulla bocca di tutti. Lui lo propone per intero, saltando a piè pari il lavoro precedente, La Macarena Su Roma. Ho ascoltato DIE per molto tempo e molte volte, per recensirlo, e mi è piaciuto al punto da ispirarmi attraverso un viaggio nella mente fatto di spiagge, città immaginarie, autostrade illuminate da lampioni fiochi. E’ un album denso, dal peso specifico considerevole, stratificato, che cambia ad ogni ascolto. Renderlo dal vivo non è semplice, proporre quella complessità, quella intensità, valorizzare quei suoni; Iosonouncane ha abbandonato qualunque strumento acustico all’infuori della sua voce e per gran parte dello spettacolo rimane chino, quasi nascosto, dietro al bancone pieno di diavolerie elettroniche dalle quali lancia loop, suoni, effetti. Si alza solo quando è strettamente necessario, per mettersi davanti ai microfoni. Fosse di Bristol, di Londra, di Reykjavik, di Oakland, sarebbe già una superstar mondiale. Un flusso sonoro continuo scorre come un rigagnolo tra la tracklist del disco per una performance che sarà intensissima.

Luis Vasquez ed i suoi The Soft Moon regalano il live più bello della serata. Incantano la folla. In molti, sono sicuro, non sapevano neppure chi fossero, attratti da quegli headliner i cui fan troppo spesso hanno i paraocchi. Alla fine della loro performance tutti li saluteranno con un’ovazione. Questo è il termometro di quanto una proposta musicale sia valida: The Soft Moon hanno affrontato faccia a faccia un pubblico apparentemente distante da loro e sono riusciti a conquistarlo completamente. Io non faccio testo, ero lì quasi esclusivamente per loro e non mi hanno deluso. Energia e grinta a vagonate si spandono sul palco e sopra le teste del pubblico. Il trio mitraglia beat sintetici, chitarre prese in prestito dal Robert Smith di Seventeen Seconds e Nocturne, atmosfere che prima di loro potevo ritrovare solo nella mia collezione di vinili, facendo girare sul piatto If I Die,I Die oppure In The Flat Field. Esaltarmi dal vivo, con quelle atmosfere, senza sentire quell’amaro in bocca per lo stare assistendo ad un concerto di gente bollita da tempo, non ha prezzo. The Soft Moon sono moderni, attuali, contemporanei, nonostante si rifacciano alle sonorità melancoliche dei primi anni ’80. Luis Vasquez è il lato oscuro di Trent Reznor, la metà punk di Peter Murphy, la versione figa di Bernard Sumner. Neu! e Kraftwerk declinati negli anni ’10 del nuovo millennio. In poco più di un lustro ha preso in mano le redini di un genere, un revival, uno stile che tornava a scorrete sottotraccia, diventandone uno dei riferimenti più importanti.

I Verdena fanno la solita scorta di urla, cori, nomi chiamati dal pubblico, gente assiepata sulle transenne. Ma stavolta qualcosa nel loro meccanismo ad orologeria si inceppa. Il loro tour va avanti ormai da mesi e qui su Dafenproject trovate un mio report del concerto fatto all’Unical. Il contorno non è molto diverso rispetto a qualche mese fa. I brani proposti sono sostanzialmente quelli, con piccole variazioni. Tuttavia una scaletta forse non troppo convincente, un live che non funziona come vorrebbero, un po’ di stanchezza accumulata, non permettono alla band di arrivare alla fine delle quasi due ore di spettacolo con il risultato in tasca. Sarà l’ora tarda, sarà che il pubblico è sparpagliato un po’ per l’anfiteatro, fatto sta che questa non verrà certo ricordata come una delle loro serate migliori. Troppi errori, un suono non proprio perfetto, una enfasi stiracchiata che non riesce a bucare la quarta parete. Sembra vogliano quasi fare in fretta e chiudere la partita, delusi da un pubblico che non restituisce il solito calore (non che loro ne abbiano concesso, non hanno praticamente mai interloquito) e che in un paio di finali non applaude neppure. Rispetto a qualche mese fa le mie perplessità e le considerazioni personali sui Verdena rimarranno invariate a fine concerto.

In attesa di sentire cosa hanno in serbo con il volume due del loro ultimo Endkadenz lasciamo la spettacolare location qualche minuto dopo le due di notte. Le mie orecchie sono sazie, ma un languorino si farà sentire poco dopo. Mancano pochi chilometri a casa, ma sono come preso da una crisi di astinenza. Mi fermo, accosto, apro il cassetto del cruscotto ed inizio a scaraventare freneticamente tutto fuori. Cerco e scartabello, divido, scavo, come in preda al panico. Poi lo trovo, faccio un sospiro di sollievo, lo inserisco nel lettore. Mi godo gli ultimi metri che sono ormai le tre e mezza del mattino, mentre io canto a squarciagola, da solo, in auto…”dance, dance, dance, dance, dance, to the radio…“.

 

 


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Autore: Antonio Serra


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