AFRICA UNITE @ AUDITORIUM POPOLARE COSENZA – 14.11.15

I fatti del 13 Novembre scorso hanno generato una serie di reazioni che, ancora oggi, non cessano di meravigliarci (ingenuamente) per come l’Europa (e gli europei) siano stati miopi, egoisti, noncuranti, fino ad oggi. Non voglio alimentare le polemiche su quale sia la definizione di civiltà, se si riferisce ad un sistema chiuso per il quale tutto ciò che ne sta fuori e non ci tocca direttamente non ci riguarda, oppure se le vite di alcune persone sono più importanti di altre. Tuttavia la quotidianità, soprattutto nelle grandi città italiane, sta subendo un cambiamento: controlli, perquisizioni a tappeto, tensione. Se nelle prime ore successive alla serie di attentati la percezione che si aveva era quella di una spinta verso il ritorno alla normalità, nei giorni a seguire questo sentimento sembra notevolmente mutato. Oggi per strada si percepisce tensione, paura, indotta, inculcata da un certo modo di gestire le cose.
E’ importante tenere presente tutto questo per comprendere cosa è significato per me e per molti altri partecipare il giorno successivo agli attentati di Parigi al concerto degli Africa Unite, all’Auditorium Popolare, a Cosenza. Una delle parole chiave che si sono imposte nel dibattito pubblico è “inclusione”; una parola che per molti è difficile da masticare, ma che racchiude in se le ragioni, le cause, le reazioni, le circostanze di ciò che è accaduto. Lavorare all’inclusione potrebbe essere davvero la soluzione per una nuova società civile che vada oltre la chiusura.
L’Auditorium Popolare è ed è stato un laboratorio di inclusione ed è servito da esempio a molti nella serata di Sabato 14 Novembre. La normalità di persone, uomini e donne, di colori, sorrisi, abbracci, condivisione, la normalità di una festa celebrata per sancire il diritto di non sottostare a retaggi e condizionamenti.
Pochi riferimenti a quanto accaduto la sera prima, ché tanto non c’è nessuno che non sia stato bombardato dal flusso di notizie. Tanto rispetto nel non voler per forza dire la propria ad ogni costo, perché non è sulle tragedie che si costruiscono i pulpiti. Ancora più orgoglio nel voler tener duro dimostrando con i fatti cosa vuol dire lavorare alla libertà ed alla condivisione. In una parola: inclusione, di nuovo.


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La festa ha avuto un inizio lungo e lento. E’ stato compito della Mujina Crew radunare tutti poco prima di mezzanotte, il loro sound system reggae e dub scalda la sala che pian piano si gremisce di facce e colori. Sanno il fatto loro i calabresi, il loro seguito è folto e risponde benissimo alle imbeccate. Poi a mezzanotte inoltrata è la volta della band che da Pinerolo ha fatto la storia del reggae italico; gli Africa Unite salgono sul palco uno alla volta incassando applausi. Tanti i rimaneggiamenti nel corso della loro trentennale carriera, tant’è che, non vedendoli dal vivo da un po’ di tempo, riconosco solo i tre membri storici: Papa Nico, Madaski e Bunna che si allineano in prima fila, da veri protagonisti, lasciando gli altri musicisti nelle retrovie a supporto del lungo show.
I tre piemontesi sono in ottima forma, con Papa Nico che non si ferma un attimo nel suo saltare, ballare ed incitare il pubblico. Tanti i sorrisi e tanti i brani in scaletta, pescati da quasi tutto il loro corposissimo repertorio. L’inizio dello spettacolo è serratissimo, con una serie di brani in sequenza proposti senza soluzione di continuità e pescati dalle loro produzioni più recenti. I temi trattati nella loro musica, da sempre, ed i testi schietti e diretti, sembrano incastrarsi perfettamente con l’atmosfera del luogo occupato tanto quanto al pensiero di ciò che è accaduto la sera prima. Ancora di più quando arrivano i primo classici: Il Partigiano John, Sottopressione, Babilonia e Poesia. La folla canta a memoria ogni verso e “macina macina macina/rimugina”.
La scaletta va avanti con classici a profusione. Non sembrano mai stanchi Bunna e compagni, così dopo la prima fitta ora e mezza abbondante di spettacolo escono solo un attimo sulle note di Notti per poi tornare col primo dei due encore. Bis che parte con Concrete Jungle, Uguale, Baby Jane, Sui Miei Passi e Ruggine. I marchi di fabbrica degli Africa Unite vengono disposti tutti in fila ed in bella vista. Il pubblico incassa e risponde entusiasta ballando senza sosta tra sorrisi, abbracci e qualche birra. E’ stata, per me, un’esperienza collettiva più che un semplice concerto. Condividere spazi e pensieri senza neppure parlare. Mi sono sentito parte di qualcosa di diverso, mi sono sentito capace di poter fare la differenza, nel mio piccolo. Mi sono sentito al sicuro.
Bunna accenna il primo verso di Redemption Song, ma si ferma subito…è giusto un seme lanciato nella terra che apre, però, molti cuori.
Tornano un attimo ancora dietro le quinte per poi tornare sul palco. Uno sguardo rubato al foglio con la scaletta dice che i brani previsti sono ancora più di uno, ma probabilmente si è sforato un po’ con i tempi previsti e rimane giusto lo spazio per concludere lo spettacolo con U Man Right.
Torno a casa che sono già le tre. E’ stato bello. Gli Africa Unite sono sempre bravissimi e se sono ancora qui a radunare tutta quella gente dopo più di trent’anni ci sarà un perchè. Mi siedo un attimo sul divano per fare il punto della situazione. Faccio le mie somme e penso che no, non è ancora arrivato il tempo di abbattersi né di arrendersi. Mi metto a letto e quasi subito prendo sonno. Un sonno tranquillo.

Autore: Antonio Serra


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