TEATRO ALTROVE GENOVA 29.01.2015 / FINE BEFORE YOU CAME

Probabilmente ogni parola di questa recensione potrebbe risultare inutile e ridondante perché la descrizione migliore sarebbe stata la seguente “grazie.”, ma è giusto provarci. Ho aspettato l’arrivo di questo disco proprio come fanno i bambini la notte della vigilia, quando non riescono a dormire perché sperano di intercettare Babbo Natale prima di addormentarsi.

Finalmente in una mattina di nebbia e cieli plumbei ferraresi, lo studio di una materia pallosissima è stato interrotto dal citofonare del postino che annunciava a gran voce l’arrivo di un pacchetto.
La tristezza convertita nella consapevolezza che da lì a poco mi sarei annullato completamente in qualcosa di incredibile, qualcosa di già vissuto. Il live acustico al Teatro Altrove del 29.01.2015 di Genova.

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Non guardo nemmeno la tracklist, rimango in piedi in mezzo al soggiorno di venti metri quadri, alzo il volume al massimo e schiaccio il tasto play. Lista ad aprire l’inizio di un qualcosa che difficilmente riuscirò a spiegarvi, perché i Fine sono così. Non si spiegano ma si vivono, e ascoltarli suonare in acustico è quanto di più difficile possa esserci. Vuol dire tenersi dentro molte più cose. Quelle che generalmente nei loro concerti si è portati a sputare fuori urlando fino a non avere più voce oppure ricercando la libertà nello stage diving.
L’arpeggio iniziale di Lista, il crescendo di batteria, il pizzicato sulle corde del violoncello bastano per farmi capire che forse è meglio sedersi per non sprofondare. La voce di Jacopo a spezzare il tutto accompagnato in coro da tutti quanti. Ho i brividi, come li ebbi lo scorso gennaio quando in una serata di pioggia li vidi al Locomotiv di Bologna.  Applausi e grazie ed eccoci teletrasportati a Dublino, che è un po’ come Ferrara: grigia, umida e piena di tetti, che insieme ad Alcune Certezze passa veloce come un Frecciargento in una notte di dicembre.

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Ed ecco arrivato il momento dei lividi. Della parte più lacrimogena e penetrante di probabilmente tutto il disco live che da qui fino alla fine  ci accompagnerà.
Discutibile in versione acustica è qualcosa di inenarrabile. L’arrangiamento perfetto e minimale che accompagna un testo sussurrato quasi come fosse una lullaby, che dopo un incredibile assolo di violoncello da far venire i brividi si collega con Cena ponendo fine ad uno dei due doppi pezzi presenti nell’album. Il più lungo. Ecco (il) Magone.
Angoli, con il suo intrecciarsi di strumenti acustici e cori, mixati alla perfezione ci da quasi la sensazione di trovarci su quel palco, circondati da Marco, Jacopo, Mauro, Filippo, Marco e Matteo.
Il finale di Fede, con il da quando tutti hanno smesso di chiedermi di te cantato da tutti e cullato dalle note del violoncello, ci anticipa quello che saranno gli ultimi quattro pezzi.
Eccoci a Dura e niente è più difficile che descrivere quello che si prova nell’ascoltarla, a maggior ragione essendo un tutt’uno con Il Pranzo che verrà. A parole che potrebbero risultare banali, riduttive ed inadatte preferisco il silenzio e riascoltare il tutto all’infinito, magari steso sul tappeto così da prepararmi a quello che sarà il finale. Sasso e Distanze. Gli otto minuti più intensi dell’ultimo mese.
Matasse. nodi. pensieri. silenzi. applausi.
Distanze come punto. Non poteva esserci finale migliore del violoncello che accompagna Jacopo  con i silenzi colmati dal calore delle chitarre acustiche. Cinquanta e passa secondi di applausi tra gruppo e pubblico e pubblico e gruppo.

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Questi sono e per sempre saranno Marco, Jacopo, Mauro, Filippo, Marco accompagnati per l’occasione da Matteo Bennici al violoncello.
Questo invece resterà uno dei migliori live acustici della storia della musica post- rock / emo-core della storia.

Pensieri materializzati male e foto di Francesco Costa
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