IOSONOUNCANE W/WRONGONYOU @ RDO, TEATRO MORELLI – 10 DICEMBRE 2015

A Cosenza è piovuto per tutto il giorno del 10 Dicembre, poi la sera il tempo ha concesso una tregua. Mentre cammino lungo il fiume Busento per raggiungere il Teatro Morelli l’asfalto brilla del riflesso delle prime luci, che incorniciano già vetrine e strade semi deserte. La pioggia ha fatto ingrossare il fiume che scroscia dando il tempo ai miei passi frettolosi. Sono in ritardo sull’orario previsto per l’inizio dello spettacolo, ma conoscendo l’andazzo degli eventi musicali mi giustifico con un “mal che vada mi risparmio qualche minuto di attesa”.

Attraverso le vetrate all’ingresso del teatro non si vede nessuno e rimango stranito. Entro e saluto, sbircio al di là delle tende pesanti che proteggono la penombra della sala; sono tutti seduti e l’evento è già iniziato da un paio di minuti, puntualissimi come da programma. Il primo punto messo a segno da RDO!

Su uno schermo stanno proiettando il primo di una serie di docu-film che raccontano la vita, i pensieri, il mondo di chi, a Cosenza, non ha ancora compiuto 20 anni. Sono ragazzi che frequentano il liceo e questa serie di interviste è stata fatta all’uscita da scuola.

Il docu-film è girato bene ed il cronista cerca di scandagliare gli aspetti sociali, culturali e politici (nel senso più alto del termine) che scandiscono lo scorrere delle giornate dei nativi digitali. Il risultato è per certi versi disarmante, tanto che i numerosi momenti di ilarità suscitati in platea hanno tutti un retrogusto amaro: se l’unico strumento che utilizzano per filtrare notizie, cultura, musica, cinema, politica, opinioni, è il social network, vuol dire non solo che è in atto quel processo di spersonalizzazione tanto cara ai totalitarismi, quanto che la visione distopica di Orwell è indirizzata verso una piega più simile a quella fotografata dal Terry Gilliam di Brazil. Presto i 20 minuti di questo primo episodio saranno resi disponibili online, andate a cercarveli e vi faranno riflettere. Secondo punto in favore dei ragazzi di RDO!

Sono le 22:00 ed il telo bianco sul quale scorrevano le immagini si alza. Sulle assi del palcoscenico si intravede già l’allestimento minimale che farà da scenografia per l’esibizione dell’headliner. Sul palco cammina a piccoli passi un ragazzone barbuto, con in dosso una camicia ed un berretto in testa. Imbraccia un ukulele ed inizia la sua performance intensa e sentita. Il suo nome d’arte è Wrongonyou e ci regala mezz’ora scarsa di folk tipicamente americano infarcito di elettronica, loop ed effetti. C’è molto Bon Iver nella sua produzione ed i brani più orecchiabili e ritmati lasciano nelle orecchie, fatalmente, l’eco degli ormai onnipresenti Mumford And Sons. Sprazzi di Elliott Smith e Sufjan Stevens vengono centrifugati in brevi momenti drone ed effetti di modulazione, mentre la tecnica chitarristica del musicista laziale può fare affidamento su un fingerpicking cristallino. Un timbro vocale caldo ed intenso, quello di Wrongonyou, che scatena applausi e complimenti da parte della platea che in più di una occasione rimane piacevolmente sorpresa dalla bravura del songwriter.

Solo il tempo di ascoltare una sempre commovente Edith Piaf, che gorgheggia il suo brano più famoso, ed è già tutto pronto per Iosonouncane. I piccoli lampioni al centro del palcoscenico si accendono, il pubblico saluta l’ingresso del musicista con un caloroso scroscio di mani e voci. Serena Locci lo accompagna sulla scena mettendo la sua voce al servizio dello spettacolo. La scaletta sarà incentrata sull’ultimo, fortunatissimo, DIE. Un disco che si presta a scalare tutte le classifiche dei dischi italiani migliori dell’anno.

Tanca è suonata con foga e senza fronzoli. Le doti compositive di Jacopo Incani, spogliate dai chili e chili di elettronica, risaltano scintillanti. Serena Locci accompagna con vocalizzi anni ’60 l’esecuzione di Stormi, poi Buio: una nenia in chiaroscuro che, come tutti i brani di DIE, racconta una storia imprigionata tra le righe di versi complessi e costruiti su rime intrecciate. Metto via la macchina fotografica, non ha senso perdersi tutta l’intensità di questa liturgia. Qui su questo sito ci sono foto sicuramente migliori di quelle che potrei fare io con questa luce scarsa e poi l’immagine conta talmente poco in questo spettacolo che i due musicisti sono costantemente in penombra. La cura maniacale per l’accordatura, che sarà il mantra tra un brano e l’altro, tradisce il perfezionismo di questo musicista delle meraviglie.

Il primo brano estratto dal precedente disco è Summer On A Spiaggia Affollata, che con cinismo ed umor nero tratteggia le contraddizioni dell’italiano medio di fronte alle tragedie delle morti dei migranti in mare. La Macarena Su Roma, secondo estratto dal precedente omonimo disco, mette in chiaro che in questa religione, quella che stiamo celebrando prendendo parte alla liturgia officiata dall’artista sardo, non c’è alcuna remissione di peccati.

La vicinanza con Tenco è rimarcata dalla cover di Vedrai Vedrai, eseguita con una intensità tale da lasciare tutti ammutoliti. Le descrizioni amare della quotidianità tratteggiata dal genovese si ritrovano con un piglio moderno, personale, ricercato, all’interno dei brani di Iosonouncane. Le allitterazioni di Carne illuminano le doti vocali del musicista, che si muove tra le ottave con agilità e naturalezza. Poco dopo è la volta di Paesaggio: una canzone composta con cura e gusto nello stile dei grandi maestri del cantautorato italiano. Mandria è il brano che chiude il nuovo disco e qui viene proposta con pathos e grinta prima di lasciare spazio alla seconda cover della serata: Il Cucciolo Alfredo di Lucio Dalla.

E’ qui che si percepisce come l’artista bolognese abbia influenzato Incani: il gusto per le melodie ricercate, per i salti di ottava, per l’ironia cinica e beffarda, per la nonchalance con la quale racconta le scene più ignobili. La prova è nella successiva Il Corpo Del Reato che sembra quasi una declinazione amara, strafottente, acida, duepuntozero (per voler usare un termine stra-abusato, ed a sproposito)de L’Anno Che Verrà.  Serena Locci, che nel frattempo era uscita di scena, risale sul palco per il finale, estratto anch’esso da La Macarena Su Roma, i due chiudono con le immagini surreali di Giugno.

Le luci si spengono ed i musicisti camminano verso le quinte. Tutti aspettiamo i bis mentre continuiamo animatamente a battere le mani, ma i bis non ci saranno. E’ passata un’ora esatta dall’inizio del set e la personalità intransigente di Jacopo Incani dà bella mostra di sé anche nella struttura dello spettacolo. Non se ne parla di far finta di uscire e poi rientrare, non è nel suo stile. Iosonouncane è uno che va dritto al sodo e si perde andando in fissa con i dettagli. Lo ha fatto anche stasera con un set da pelle d’oca che ricorderemo tutti per molto tempo. Ottimo lavoro per la prima di RDO.

Torno a piedi verso l’auto parcheggiata a cinquecento metri pensando a quanto questo ragazzo sia stato in grado di partorire: una produzione musicale che rende tanto bene su disco (e dal vivo) agghindata con strati di elettronica ed effetti, quanto scarnificata e ridotta all’osso. Segno di una spina dorsale dritta e forte che sorregge la composizione. In chiave acustica i brani si fanno ascoltare ancora meglio, lasciandosi scrutare tra le rime e le strofe e risplendendo di freschezza ed originalità, oltre che di passione e fatica e ricerca.

Faccio le scale prima di entrare in casa e sento da un appartamento che stanno assistendo alla finale di un noto talent show musicale e penso che mentre io assistevo ad uno dei concerti più belli dell’anno, di uno degli artisti più meritevoli d’Italia, che ha prodotto quello che forse è il disco italiano più bello di questo 2015 ormai agli sgoccioli, loro, dalle loro case, seduti sui loro divani davanti alla TV, si credono appassionati (per non dire esperti) di musica.

Autore: Antonio Serra

RDO Ragazzi di Oggi 

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