ZApha / INTERVISTA

Quattro chiacchiere con ZApha, cantautore calabrese trapiantato oltre manica, uscito da poco con il disco d’esordio Why Do You Frown? Tra l’Irlanda e Cosenza, Manchester e Roma, ci racconta un po’ di vita da cervello in fuga.

La prima domanda è quella che serve a sciogliere il ghiaccio, quindi parto con la più stupida ed odiata dai musicisti: perché ZApha?

Non è una domanda stupida, immagino che il mio nome d’arte possa suscitare curiosità in chi mi ascolta! Dunque, le lettere che compongono la parola ZApha sono le iniziali di persone a cui sono legato perché mi hanno spinto in tempi non sospetti a non abbandonare il “sogno della musica”. A dirla tutta, c’è anche un’assonanza, quasi un’omofonia, con “Zephyr”, cioè lo zefiro, un vento che soffia da ponente ed è messaggero della primavera. Mi piace pensare alla mia musica in questi termini: una lieve brezza che, mentre ti sfiora, ti annuncia l’arrivo di qualcosa di meraviglioso.

Quando hai capito che questi brani erano finalmente pronti per finire in un disco?

Non c’è stato un turning point o un’epifania, a dirti il vero. I miei soggiorni in Inghilterra e Irlanda mi hanno lasciato numerosi appunti di viaggio, diari che ho voluto condividere a tutti i costi. Così, con l’aiuto di Nicola di Già, ho registrato dei provini, che mi permettessero di proporre qualcosa di più definito del semplice “voce e chitarra”, che è la formula con cui i pezzi sono nati. Mettendo insieme l’uno dopo l’altro i vari “embrioni”, sia io che Nico abbiamo realizzato come qualcosa di più valido stesse nascendo, rispetto ai singoli episodi su cui avevamo lavorato. Ne è seguito un meticoloso lavoro di cesello e una ricerca dei suoni che hanno portato a Why Do You Frown? così com’è adesso.

Per la produzione e la registrazione ti sei avvalso di tante collaborazioni e musicisti bravissimi, come sono cambiati i brani in studio rispetto a come li avevi pensati ed immaginati nella loro prima veste solo voce e chitarra?

In genere, quando scrivo un brano ho già in testa un’idea di arrangiamento. Non a caso, in questo disco, mi sono dedicato anche alla stesura degli archi. Tuttavia, il lavoro di musicisti con alle spalle un background diverso dal mio, ha impreziosito e modificato i pezzi in maniera sorprendente, al di là di ogni migliore aspettativa. Per darti una misura qualitativa, direi che quando suono voce e chitarra le mie canzoni sono più intime e folk, nel disco, per forza di cose, sono più country e rock.

Ho visto sul tuo profilo facebook delle belle foto tratte dal backstage del tuo prossimo videoclip. Ci racconti qualcosa su cosa aspettarci dall’ambientazione, la storia e su come è stato girarlo?

Il videoclip è stato girato da Marcello De Archangelis, che è anche mio amico, oltre che un ottimo regista. L’idea centrale è stata quella di creare una storia parallela all’esibizione del gruppo, in un paesaggio bucolico autunnale. Al mio fianco, uno spirito dei boschi, una stupenda sposa (interpretata da Eleonora De Luca) di cui avverto la presenza, con la quale percorro lo stesso cammino, senza mai realmente incontrarla. E’ un po’ la chiave di volta del pezzo, Feeling It, che parla dell’incapacità di mostrarsi per quello che si è, o di comprendere fino in fondo chi ci sta accanto. Non sono un attore, ma è stato divertente fingermi tale, anche se per poche ore. Unico tasto dolente: il giorno in cui abbiamo girato faceva un freddo cane e tirava vento. Eravamo vestiti tutti un po’ leggeri, per cui sia io, che Nico ed Eleonora ci siamo beccati l’influenza.

Porterai in tour questo disco con una formazione elettrica oppure ti affiderai alla formula più folk di sola voce e chitarra?

Sono un mago della non scelta. O, per meglio dire, della non scelta dettata dagli eventi. Per cui ci sarà una formazione per me insolita: due chitarre elettriche, una chitarra acustica (la mia) e percussioni (suonate dallo stesso Nicola di Già). Oltre alla voce, naturalmente.

All’interno del disco ci sono anche una serie di bonus-track acustiche con delle cover di R.E.M. e Thin Lizzy (che coverizzano uno standard folk irlandese). La tua timbrica vocale ricorda un po’ la prima Carmen Consoli (con addizione di testosterone) e per certi versi mi è sembrato di sentire qualche influenza anche di Alanis Morissette e Crash Test Dummies. Insomma: roba anche molto diversa l’una dall’altra. Quali sono davvero i tuoi ascolti quando sei a casa? Quali artisti pensi ti abbiano influenzato di più?

Grazie per aver riconosciuto in me la presenza di testosterone! Scherzi a parte, ti cito i primi nomi che mi vengono in mente: Smiths, Cure, Nirvana, Cranberries, R.E.M., Hole, Counting Crows, Posies, Placebo, Tracy Chapman, , k’s Choice, Andrew Bird, Crash Test Dummies, Dave Matthews Band, Damien Rice, Sheryl Crow, Alanis Morissette. Non è una lista esaustiva, lo so, ma non vorrei annoiare. In questo periodo ascolto parecchio country: Grascals, Brandon Rhyder, Eliza Gilkyson, Mamfurd & Sons. E studio anche un po’di Iris Dement.

Siamo coetanei e veniamo dalla stessa terra. So che sei cresciuto a Lungro, un paese arbëreshë in provincia di Cosenza. Ho suonato a Lungro in tre o quattro occasioni, qualche anno fa, con alcune mie vecchie band, in un locale che credo ora non esista più. Tuttavia mi è sembrato un paesino simile a quello in cui sono cresciuto io, senza una vera e propria comunità musicale, cosa che per me è stata limitante. Com’è stato per te coltivare lì la tua passione artistica?

Hai per caso suonato al “Chiosco”?

Si, proprio lì!

Il mio paese non lo definirei artisticamente limitante, tutt’altro. Ti confesso di essere cresciuto in una terra dove è socialmente condivisa l’idea di accompagnare le esperienze al canto. La musica, nelle comunità arbereshe, ha un ruolo preponderante, centrale direi, nella trasmissione di una lingua che si sarebbe persa, non fosse stato per il forte peso del folclore religioso e artistico. Tra l’altro, ho vissuto la Lungro degli anni ’90, quando c’era una vera e propria comunità musicale, una nutrita schiera di ragazzi che si dedicavano allo studio della musica, si esibivano in giro, o semplicemente facevano girare materiale su cantanti e band alternative all’epoca in procinto di muovere i primi passi. Certo, non c’erano case discografiche o etichette pronte a lavorare su un progetto.

C’è stato un momento in cui l’hai sentito troppo stretto, musicalmente parlando, ed hai pensato di desiderare di più?

I miei gusti cominciavano ad allontanarsi dalla tradizione arbereshe, calabra o italica, che dir si voglia. Per cui, raggiunta la maggiore età, ho capito che avrei dovuto percorrere qualche kilometro prima di trovare la mia strada.

All’interno del booklet del tuo CD oltre ai testi in inglese ci sono anche le traduzioni. Perché questa scelta e quanto è importante per te comunicare, lanciare messaggi attraverso la musica?

Volevo che il mio primo CD avesse un bel booklet, come quelli di una volta: un libretto di poesie con traduzione a fronte, che potesse celebrare i miei versi nelle lingue in cui mi muovo abitualmente: l’inglese e l’italiano. Ovviamente, per me è fondamentale che al pubblico giungano i miei messaggi forte e chiaro, anche se poi mi piace pensare che ciascuno scopra cose nuove e interpreti le parole a proprio modo.

Scrivi i tuoi brani prima in italiano e poi in inglese oppure il processo creativo avviene subito nella lingua che sentiamo nei tuoi brani?

I pezzi sono stati composti direttamente in inglese e, da traduttore, ho personalmente lavorato alla loro resa poetica in italiano. Nessuna traduzione alla lettera dunque, ma una vera e propria riscrittura, per quanto fedele, con lo scopo di rendere il mio prodotto, se così si può chiamare, ancora più fruibile.

Questa necessità di inserire i testi in italiano all’interno del CD può lasciar presagire una produzione futura in italiano?

No, questo è l’unico esercizio con l’italiano, nel senso che non sono previsti brani cantati in questa lingua. Almeno per il momento.

 Ho letto che hai vissuto un po’ in giro per il mondo negli ultimi anni, come e perché ti sei trovato a Manchester, Galway, Roma. Quanto ha influito il tuo status di cervello in fuga nella tua produzione musicale?

Sono stato in giro per l’Europa a causa dei miei studi linguistici e letterari. In realtà, mi trovo sempre altrove. Credo di avere serie difficoltà a vivere il qui ed ora. In questo senso la mia musica è spesso una via di fuga. Sotto l’aspetto più tecnico e pratico, posso dirti che il periodo oltremanica ha influito molto sul mio stile compositivo e sulla tecnica vocale. Nonché sulla predilezione per un certo tipo di sonorità e atmosfere. Insomma, ZApha canterebbe e scriverebbe in maniera molto più nostrana se non fosse stato un cervello in fuga (mi parlo in terza persona, aiuto!).

Sono stato a Galway per qualche giorno qualche anno fa, una città universitaria molto bella che ricordo come la perfetta città irlandese (cosa che Dublino non è a mio avviso). Ricordo uno splendido murales vicino ad un porticciolo, le storie tradizionali del posto,  la miriade di pub e locali, uno strano locale in stile anni ’50 gestito credo da proprietari dell’est Europa. Hai trovato spazio per esprimerti anche musicalmente, lì?

Spesso mi esibivo nei locali, alternando vita e immagine da artista a quelle di docente.

C’è una scena locale? Come funziona lì con la musica a parte le migliaia di cover band che affollano i locali?

La cosa più sorprendente di cittadine come Galway, Limerick, o Cork è che la scena originale convive in maniera armoniosa con le cover band. Nessuna guerra tra fazioni opposte, insomma. La musica dal vivo, in qualunque forma essa si presenti, è il must per antonomasia di una serata tipo nel pub irlandese. E poi, devo dire che il pubblico è curioso, attento, ama ascoltare cose nuove. Forse, è meno assuefatto dal già noto e dai talent di quanto non lo sia il pubblico italiano.

L’Irlanda è palesemente una delle muse ispiratrici della tua musica: si sentono echi di band storiche come Cranberries, The Corrs, cantautori come Damien Rice, Andrew Bird ed anche un tocco di Van Morrison, che non guasta mai. Cosa si porta dietro la tua musica, invece, delle esperienze mancuniane e romane? In quali aspetti del tuo stile Manchester e Roma sono state importanti?

Innanzitutto, grazie per i paragoni: sono tutti nomi prestigiosissimi! Diciamo che da Manchester arrivano gli Smiths, il gruppo che mi ha maggiormente plasmato e come compositore e come interprete. In generale, l’esperienza britannica mi ha spinto verso le sonorità new wave e ha fatto sorgere in me la necessità di ripulire il mio accento dalle “sporcature” irlandesi. Insomma, stando in Inghilterra ho cercato di avere una pronuncia il più vicino possibile allo standard, il che è tutto dire, se si considera che oggi è l’American English a farla da padrone. Roma mi ha regalato invece musicisti validissimi, come il mio chitarrista e produttore Nicola Di Già. Tra le altre cose, Nico porta avanti un progetto legato alle canzoni tradizionali romane, per cui un’influenza della città eterna c’è, anche se indiretta. Ma più importante invece credo sia l’impronta umana. Vivendo e suonando a Roma, ho appreso ad essere più duttile, più abile nell’improvvisare o districarmi in situazioni improbabili. Credo per un musicista sia una dote fondamentale.

Sei andato via dall’Italia molto presto, direi quasi prima che hai potuto. Cosa ti sei portato dietro, invece della tua terra? In cosa ti senti profondamente Italiano, Calabrese, Cosentino, Arbëreshë?

Dalla mia terra arriva quel modo poetico di vivere, con la testa perennemente per aria, ma i piedi ben piantati a terra. Sono profondamente italiano, calabrese, cosentino e arbereshe nel mio modo di percepire la realtà. Di vedere e interpretare le cose. Nel modo in cui affronto le tematiche di cui parlo. E perché no? Nel mio modo di sentire dentro, senza che queste entrino in conflitto, le più svariate identità culturali.

Alla fine sei tornato in Italia, anche se con un piede oltre manica. Cosa senti di consigliare ai ragazzi che vogliono scappare all’estero come hai fatto tu? Consigli di fare il grande salto senza guardarsi indietro oppure pensi si possa fare qualcosa per cambiare lo stato delle cose rimanendo in Italia (o al sud) e stringendo i denti?

Questa forse è una domanda più grande di me. Credo che ciascuno alla fine faccia le scelte che meglio si addicono alle proprie necessità. La mia storia racconta di quell’impulso perenne ad andare via lontano. Ma so anche bene che c’è una strada del ritorno, da percorrere appena si può.

Autore: Antonio Serra

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