Eugenio in Via Di Gioia @ Arci Ohibò, Milano 4 Marzo 2016

Parcheggio la macchina due vie più lontano rispetto all’Arci Ohibò perché stasera sono agitata e voglio fare due passi.
Amo scoprire la musica per caso, camminando per la strada e fermandomi ad ascoltare. Ma stasera, per mia fortuna o sfortuna, devo intervistare un gruppo che non conosco e non mi conosce.
Duro mestiere quello dell’intervistatore e brutto ruolo quello dell’intervistato. Alla fine, chi sono io per meritarmi risposte da sconosciuti? – non lo so. Ma sono abbastanza per meritarmi il sorriso di Eugenio, che riempie il locale in un secondo.

Sono le ventuno e trenta a Milano.

Eugenio in Via Di Gioia non è solo una band, è una persona sola con quattro anime armata di sorrisi e racconti di vita. Originari di Torino, ancora sfatti dalle emozioni della sera precedente, accompagnati da Libellula – che un po’ come loro, esprime libertà di volare, sempre alto.
Emanuele ed Eugenio, affondano nel divano insieme a me e mi raccontano un po’ di loro. Dicono che hanno studiato design insieme e questa cosa mi incuriosisce molto, perché mi piace pensare che essere designer significa anche essere ideatori e progettisti di sogni e storie. Ed è così che questi designer di sogni hanno iniziato ad essere un gruppo, insieme ai colleghi Lorenzo e Paolo, partendo dalla strada – da sempre palcoscenico migliore per ogni artista.
Perché mettersi a nudo, catturando l’attenzione delle persone che distrattamente ascoltano e impegnati camminano, è una sfida veramente difficile. Ma loro l’hanno vinta, grazie alla loro continua voglia di continuare ad incantare, restando umili – sempre.

Lorenzo Federici è il titolo del loro primo album, ma è anche il nome del bassista, ovvero l’unico nome che non figura nella strana composizione del nome della band [ Eugenio (Cesaro) in (Emanuele) Via (Paolo) Di Gioia ].
Mi vengono in mente strane idee, ovvero che potrebbero cambiare nome alla band, chiamandola Lorenzo Federici e intitolare il nuovo album Eugenio in Via Di Gioia, oppure, cambiare bassista oppure inventarsi qualcosa, ma che sicuramente sarà originale. Loro ridono e dicono che il bassista non può cambiare e che nonostante l’idea dell’inversione sia una vera figata, molto probabilmente ripiegheranno su qualcosa di più semplice ed intuito, per il loro pubblico.
Parlano di Europa, guardando lontano.
Lo capisco dai loro occhi che Londra ce l’hanno esattamente lì davanti mentre ne parlano.
Parlano di Europa, guardando per terra.
“Chissà se riusciremo mai a farlo questo tour in Europa, magari in strada”
Io credo in loro e sono sicura di non essere la sola, sicuramente ci sono altre 200 persone che recentemente hanno creduto in loro, diventando raiser della campagna su musicraiser per la produzione del loro ultimo album, citato poco fa.
Eugenio ricorda due dischi in particolare, quelli che sono tornati indietro a causa degli indirizzi errati.
“Ci sono state persone che hanno dato 10 € a dei perfetti sconosciuti, credendo in noi e dimenticandosi anche di aver comprato il disco”
Io vorrei fare altre mille domande ad Emanuele per la sua carriera solista parallela (Emanuele Via) oppure se hanno mai pensato di allargare la formazione, se è più buono il cioccolato fondente o quello al latte, se preferiscono viaggiare in treno o in macchina. Ma non ha senso, non ha senso soddisfare la curiosità se davanti a me ci sono ancora sconosciuti.
Ed è così che mi godo lo spettacolo, è così che li conosco. Li guardo e guardo il pubblico intorno a me. Come davanti allo spettacolo dello sputafuoco in mezzo alla piazza, in quel Carnevale a Viareggio, un ricordo così nitido nella mia testa, che me lo porto dietro ogni qual volta si ripresentano emozioni simili. La sorpresa, l’entusiasmo, il talento, il coraggio e il sorriso alla fine di ogni canzone. Eugenio urla e incita il pubblico, come un calciatore dopo un goal. Io chiudo la macchina fotografica nella borsa, metto il giubbotto e vado a perdermi per Milano.
Sono le ventitrè e quarantacinque a Milano. I disegni sul muro dell’Ohibò mi accompagnano, mi indirizzano verso la macchina, parcheggiata chissà dove. Lontano, lontano da questa scatola di emozioni, da questa navicella spaziale che decollerà dopo l’ultimo applauso.
Ed è così che ritorno a casa, svuotando e riempiendo, riempio la mia vita perché ho paura del vuoto. Maledetto ottetto di stabilità.

Autrice: Mary Del Vecchio
Guarda anche:  Kiave & Gheesa – Playlist N°11 Mumford And Sons

 

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