Bob Mould: Patch The Sky

(Merge Records, Goodfellas)

Il nome di Bob Mould riporta immediatamente a chitarre vibranti, nervose, taglienti e sghembe. Evoca in un batter di ciglia l’epoca d’oro dell’hardcore; quegli anni ’80 in cui il ruolo ricoperto da Mould, di capitano della band che ha segnato la strada per la quasi totalità dell’indie americano (e non) nelle due decadi a venire, è quanto di più attinente all’aggettivo seminale si possa trovare. La band di cui sopra (sì che lo sapete) sono i grandiosi Hüsker ed anche se questo nome proprio non vi dice nulla, sappiate che gente come Foo Fighters, Fugazi, Pavement, R.E.M. ed un po’ tutto il movimento grunge (e sì, tutto il punk-hardcore), devono molto, se non tutto, a Mould e soci.

Sono trent’anni che gli Hüsker non esistono più e nonostante recenti e curiosi sviluppi abbiano dato adito a speranze e speculazioni, Bob Mould ha precisato che nessuna reunion è attualmente in cantiere. Sì, anche perché la sua carriera solista è tutt’altro che al capolinea, anzi! Con un ruolino che lo ha visto licenziare ben dieci dischi solo negli ultimi vent’anni, si può dire senza tema di smentita che il buon Bob non sia per nulla a corto di argomenti né di ispirazione.

Ma parliamo dei risultati di questa prolificità e di cosa vi dovete aspettare dal suo ultimo disco in uscita il 25 Marzo, intitolato Patch The Sky. Il nuovo lavoro segue un po’ la linea dei due precedenti e fortunati album, che prendendo le distanze dalla produzione intrisa di elettronica dei primi anni zero, riportano il ragazzone del Minnesota su binari a lui più congeniali.

Lo stile compositivo e chitarristico è il suo marchio di fabbrica, quello che riporta sempre alla mente capolavori. Patch The Sky è una giostra di chitarre e ritornelli micidiali, i testi, introspettivi ed a tratti densi al punto da risultare cupi, creano un amalgama agrodolce quando si sposano con melodie orecchiabili appuntite come chiodi, che ti si piantano nel cervello e non vanno via. Progressioni armoniche che propongono in grande spolvero un gusto musicale d’altri tempi, come ormai non se ne sentono più.

No, non è un disco che puzza di revival, neppure un disco che tenta di scimmiottare i fasti di una carriera altisonante. Bob Mould è semplicemente sé stesso in queste 12 tracce registrate con pulizia e passione, lo stesso genio sentimentale che attraverso chitarre distorte e bpm da treno in corsa riesce a fare gocciolare il “core” nascosto dietro al “hard”. Lo fa con una eleganza ed una facilità disarmanti, colpendo in pieno petto tanto quando affronta il dolore di perdite e sconfitte che quando apre squarci armonici allegri come cieli azzurri dietro nuvole grigie.

Pare che questo disco sia il frutto di sei mesi di solitudine e catarsi, una specie di disintossicazione da quanto di brutto la vita gli aveva riservato. Spesso è proprio nei personali momenti bui che gli artisti danno il meglio di sé. Lui ne è venuto fuori benissimo.

 

Autore: Antonio Serra

 

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