Calcutta @ Auditorium Guarasci, Cosenza 26 Marzo 2016

Mangio una pizza, ma sono solo le 21:00 e di sicuro non sono il solo sveglio nella città. Però la mangio di fretta, in piedi in cucina, perché stasera c’è la seconda di RDO all’Auditorium del Liceo Classico di Cosenza. Faccio un pezzo di corso Telesio a piedi e Cosenza vista da qui è un leone addormentato. Mi faccio da parte per poche macchine ed incrocio ancora meno persone. Poi arrivo nella grande piazza davanti al Teatro Rendano al centro della quale campeggia la statua di Bernardino Telesio che sembra quasi guardarmi e sussurrarmi “Aru cu’… !”. Avrà sentito il check da sopra alla sua sedia di marmo e sarà entrato anche lui in modalità Calcutta, di quell’ironia amara.

L’ultima volta la serata Ragazzi Di Oggi era iniziata puntualissima ed io ero arrivato giusto in tempo per la prima parte del documentario omonimo proiettato come da copione prima del concerto, quindi stavolta ho fatto anche troppo presto. Le sedie dell’Auditorium sono occupate per un terzo, ma di lì a poco un sacco di gente colmerà i posti vuoti.

Non ho un posto assegnato e giro un po’ per la sala alla ricerca della visuale migliore e della acustica più interessante. Mi metto in alto, leggermente di lato rispetto al mixer, poi vedo che al posto davanti al mio c’è seduto Dario Brunori ed ho la sicurezza di aver scelto bene. Mi immagino Brunori tipo Sheldon che arriva presto e prova tutti i posti testando acustica e visuale. Se lui ha scelto quell’angolo andrà bene anche per me…che poi lo Sheldon sembravo più io in effetti.

Saluto un po’ di amici e la domanda che tutti mi fanno è se mi piace Calcutta. Ogni volta che rispondo di no mi chiedono che ci sono venuto a fare e la mia risposta sincera li spiazza tutti. Sono venuto per capire. Capire cosa e perché sta facendo tanto parlare di questo strambo ragazzo di Latina che scrive canzoni con frasi che sembrano prese dai muri, che sembra capitato lì per caso, che canta con voce sofferta su chitarre scordate, che non si prende sul serio neppure un briciolo. Capire quanto ci sia di finto e quanto ci sia concreto in questo successo istantaneo. Chissà che Brunori non sia qui per lo stesso motivo?

In perfetto orario viene proiettata la seconda parte del docu-film sulla gioventù cosentina e stavolta la scuola scelta per “l’appostamento” è il Liceo Scientifico Enrico Fermi. Ora non saprei dire se la fauna del Fermi sia davvero tanto diversa da quella del Liceo Classico del primo episodio o se i ragazzi del Fermi hanno visto su YouTube la performance dei coetanei e si sono preparati. Può anche darsi che i documentaristi abbiano deciso di montare il corto con un taglio diverso dal precedente. Se fosse questo il caso avrebbero fatto benissimo, perché il secondo spaccato che ne viene fuori è quello di una società under 20 che, pur non rinunciando alla leggerezza ed alla spensieratezza che contraddistingue la loro età, ha (chi più, chi meno) ben chiaro in testa quali siano i vuoti da colmare, quali siano le promesse disattese, i loro bisogni insoddisfatti dalla politica e dalla società dei grandi.

Finita la proiezione mi accorgo che il pubblico è apparso tutto intorno come d’incanto, giusto in tempo per l’ingresso sul palco di Edoardo, in arte Calcutta, preceduto dalla sua band. Minimale in tutto, gli strumenti su palco sono una batteria, un basso, tastiere e la chitarra che Calcutta suonerà poco un po’ perché gli si romperà una corda al secondo brano, un po’ anche perché gli arrangiamenti non ne sentiranno la mancanza.

Quando col bicchiere in mano raggiunge il microfono per intonare Limonata lo fa in sordina, quasi scocciato, o forse ancora troppo emozionato ed incredulo nei riguardi di tutta la gente che da qualche mese lo segue. Poi imbraccia la chitarra e la rullata di batteria dà il tempo per Frosinone che per metà lascerà cantare al pubblico ancora tutto seduto e composto a tre metri dal palco. Lui dice ché è senza voce per via del concerto all’aperto della sera prima a Benevento (e c’era vento…sarà una delle tante battute su questo stile), ma di certo c’è anche del mestiere messo in pratica su uno dei brani più amati ed orecchiabili, tanto che anche a me viene quasi voglia di unirmi ai cori.

Il pubblico seduto non si addice ad un concerto che non sia di musica da camera ed in molti non aspettavano che un cenno per assieparsi sotto al palco. Così appena Calcutta invita ad avvicinarsi un po’, per riscaldare la serata, tanta gente non se lo fa ripetere due volte. Ed è così che finalmente canterà, sentendosi molto più a suo agio, due brani di repertorio: Cane e Fari.

La sovraesposizione lo mette anche davanti al fatto che quando la gente inizia ad identificarti solo con un brano o due, il rischio è di restare incastrati in un cliché. Calcutta, alle continue richieste della sala, risponde piccato mettendo al corrente tutti del fatto che ha scritto tanti altri brani oltre a quelli che ora tutti cantano a squarciagola. E’ un moto di orgoglio che dura un attimo, perché sa benissimo che il tour trionfale che sta portando in giro è merito soprattutto di quei brani stracantati dell’ultimo album, così dopo Milano si arrende a Gaetano. Poi col suo fare blasé nel bel mezzo del brano lascia il microfono alle prime file e torna dietro le quinte, scende in platea e si mischia col pubblico per cantare da giù il finale della canzone.

Le Barche fatta voce e chitarra sfuma nello strumentale di Dal Verme, sulla quale tutti lasciano il palco per un attimo, come a segnare la fine del primo tempo. Il tempo di rabboccare il bicchiere ed è già tempo dell’instant-classic Cosa Mi Manchi A Fare, anche questa cantata praticamente solo dal pubblico. Del Verde, I Dinosauri, Amarena, Arbre Magique e Mi Piace Andare Al Mare Nudo scorrono veloci e lisce come l’olio, intramezzate solo da battute su profilattici bucati, cazzi (sì, cazzi…), sesso in macchina, presidenti e candide. E così il concerto è praticamente bello e finito. Altra uscita di scena, trenta secondi, poi il bis di Cosa Mi Manchi A Fare, poi altra uscita di scena, poi finale ,stavolta per davvero, con il bis di Frosinone seduto a terra a gambe incrociate.

Il pubblico risponde alle luci che si accendono ed inizia a defluire canticchiando, e questa è la vera cifra dello spettacolo. Dario Brunori viene braccato da ragazzi e ragazze che gli chiedono foto ricordo e scherzosamente gli rimprovero come sia scorretto rubare la scena ad un esordiente. Ci ridiamo su e defluiamo anche noi. Di gente ce n’era più di quanta credessi e molti si riverseranno al Beat per l’aftershow col loro beniamino.

Alla fine cosa ho capito di Edoardo da Latina? Forse nulla o forse tutto, più che altro ho percepito a pelle quanto lui sia esattamente quello che traspare da quello che canta: un po’ timido, un po’ cazzaro, un po’ perenne scazzato. In fondo rispecchia la sua generazione e forse quella immediatamente successiva, per una serie di contraddizioni forti  che convivono su equilibri non semplici da comprendere.

Calcutta sembra tutt’altro che interventista nei confronti del mondo, anzi, sembra proprio uno a cui le cose, seppur sbagliate, zoppe, sbilenche, vanno bene esattamente come sono. Nei suoi brani non ci sono ideali,non c’è la spinta verso qualcosa di nuovo, di diverso, verso il cambiamento di qualcosa o qualcuno. C’è l’accettazione passiva dello stato di cose ed il suo è solo un racconto, una fotografia del suo punto di vista, che non cerca giustificazioni ma chiede di essere compreso, a modo suo. Basta tenere il conto di quante volte viene ripetuta la parola “scusa” nei suoi brani e di come tutti i “vorrei” che canta si riferiscono sempre ad atteggiamenti passivi nei confronti del mondo.

Calcutta sembra non trovare stimoli in nulla, proprio come molti dei ragazzi a cui parla. Sembra essere perennemente distratto, sembra non riuscire in fondo a dare peso a nulla di importante. Utilizza svastiche e jihad, il Papa ed il calcio, Rom e ghetti, limonate e pizze con la stessa nonchalance, risultando dissacrante anche quando non ne avrebbe, forse, alcuna intenzione. Risultando generazionale anche quando a lui non importerebbe per nulla esserlo. Sembrando superficiale e svampito anche quando lui vorrebbe essere semplicemente se stesso e magari essere accettato per quello che è.

Di certo non è un fesso e lo si capisce da come usa la lingua, da quanto bene sa costruire melodie da sparachiodi, da quanto poco si prende sul serio quando è sul palco al punto da dare l’impressione di essere uno che se la tira da morire. E invece no, in fondo in fondo non se la tira per niente, lui è proprio quello che da a vedere, fuori posto un po’ dovunque,fragile e incredulo. E’ riuscito a rappresentare una fetta di società, esattamente come i ragazzi di The Pills, quasi con gli stessi toni surreali ed esasperati, attraverso la noia e la disaffezione a tutto. Una società che non vuole responsabilità e per cui la libertà è rappresentata anche dal poter decidere di non lavare i piatti. Una società stanca di filosofi e predicatori, che si chiamino Ascanio Celestini, De Gregori o il politico di turno. Una società alla quale non interessano i riferimenti, come i CCCP cantavano in Io Sto Bene, solo che oltre a non andare al cinema ora non importa neppure quale film si guardi in TV, figuriamoci chi lo ha girato. E’ un paradosso, capitemi, tanto il mio quanto quello di Calcutta. E’ un portare tutto all’estremo, esasperato.

Ma la nostra società non è più quella dello spettacolo: si è trasformata in quella del presenzialismo, dell’esserci perché tutti gli altri ci sono. Allora Calcutta riuscirà a sostenere il peso di una responsabilità che forse non si aspettava di dover portare? Riuscirà a convertire questo tour pieno di soddisfazioni in una fan-base solida e numerosa, che non lo abbandonerà quando le esigenze di mercato gli imporranno in tempi record un disco migliore di questo Mainstream? Riuscirà a far presa anche quando non avrà più voglia di sembrare un po’ sfatto e noncurante sul palco, quando gli chiederanno di essere professionale e smetterla di improvvisare tutto?

In un mondo saturo di personaggi usa e getta, Calcutta è sicuramente una maschera che spicca per originalità. Magari un Re Mida come Dario Brunori potrebbe riuscire, toccandolo, a trasformarlo in oro. Io gli auguro di riuscire a rimanere se stesso, anche se continuerà a non convincermi fino in fondo pur ritrovandomi a canticchiare le sue canzoni per tutta la sera, perché oltre il personaggio mi è sembrato di scorgere l’uomo con le sue paure e le sue fragilità. Un uomo che non ha ancora piena consapevolezza del fascino che hanno le sue contraddizioni. Un uomo che quando riuscirà a convogliare e padroneggiare a dovere la sua sensibilità ci regalerà il nuovo capolavoro della musica italiana, a patto di non ritrovarlo tra qualche anno con un sorriso finto stampato in faccia, da sembrare una paresi a vedere bene.

Autore: Antonio Serra

Guarda anche: MALEDETTA PRIMAVERA FESTIVAL – GIANMARIA TESTAPOLAR FOR THE MASSES

 

Consulta anche: Agenda Concerti


red_arrows