Intervista: Io e la Tigre

Lo scorso Dicembre è uscito il vostro primo disco “10 e 9”, seconda uscita dopo l’ep omonimo “IO e la TIGRE” del 2014. Quali sono state le condizioni che vi hanno portato alla decisione di realizzare un disco? Cosa è cambiato, secondo voi, dal precedente EP?
Questo disco si pone in un rapporto di continuità con l’ep, è arrivato naturalmente e il suo parto non ha richiesto alcun taglio cesareo.

Com’è nato “10 e 9”? Cosa vuole raccontare?
10 e 9 è stato registrato in una pausa del tour e del live abbiamo voluto che ne mantenesse l’energia. Le canzoni non hanno messaggi particolari da dare, ma sono una sorta di diario che decidi di scrivere perché non puoi fare a meno di tirare fuori quelle cose da te. Se le tiri fuori grazie alla scrittura, è un po’ come se questa riuscisse a liberarti. E così, per lo stesso meccanismo, suonarle insieme diventa una sorta di esorcismo.

Come vivete la dimensione del live? Quali sono le sensazioni prima di salire sul palco e com’è il dopo?
Se avessimo una risposta precisa a quest’ultima domanda significherebbe che tutto sarebbe molto automatico e prevedibile e quindi forse noioso. Invece ogni live è un’esperienza a sè. Ci piace la parte del viaggio, quella in cui ci gasiamo durante il percorso, ci piace ascoltare le storie di quelli che sono venuti a sentirci per la prima volta e poi, sopra ogni cosa, ci piace sfogare sul palco tutta l’energia che abbiamo in corpo. Come in un rituale tutto nostro. In quel momento ci sentiamo davvero complete.

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Come mai la decisione di essere un duo? Avete mai pensato di ampliare la vostra formazione in alcuni momenti del vostro percorso?
Siamo due amiche che si sono ritrovate e che attraverso IO e la TIGRE stanno facendo una terapia per stare bene. Diciamo che, per quella che è la nostra storia, preferiamo la terapia di coppia alla terapia di gruppo!

C’è una canzone del vostro repertorio che rispecchia meglio delle altre la vostra indole musicale?
Fortunatamente siamo abbastanza bipolari da sentirci rappresentate da tutte le nostre canzoni, sia quelle più “carezza” che quelle un po’ più punk.

Quanto conta essere donne quando si decide di fare musica? Vi siete mai sentite penalizzate in qualche contesto?
Ci arrabbiamo quando capiamo di suscitare più curiosità per il solo fatto di essere due ragazze, piuttosto che vero interesse per la nostra musica. Lo diciamo spesso. Quando ci si riferisce a noi, si usano vezzeggiativi con connotazione di genere, peccato che quando ci troviamo a caricare e scaricare gli strumenti non esistono sconti da parte dei nostri ampli. Ad ogni modo la nostra resa dei conti è il momento del live; lì ci si rende conto che facciamo casino per quattro. Cerchiamo comunque di non stancarci mai di ribadire l’importanza delle parole che si usano in quanto non esistono strumenti/generi musicali/argomenti da maschio o da femmina.

Ci sono delle artiste donne che apprezzate per il modo in cui gestiscono il loro successo e la loro carriera?
Diciamo che se riesci ad arrivare al successo (nella sua accezione classica), a quel punto aumentano anche i tuoi strumenti a disposizione per gestire la carriera e il rapporto tra la tua carriera e la vita privata. Se sei a quel punto hai già fatto delle scelte nette e la musica è probabilmente il tuo lavoro, la tua fonte di sostentamento. Esiste invece tutta una popolazione di donne e uomini musicisti che non possono permettersi di “vivere” di sola musica e che fanno i salti mortali per poter conciliare le cose, non sacrificare troppo la vita privata, dedicare attenzione a tutto perché non ci si può permettere di fare altrimenti. Con grandi sacrifici e con grande umiltà. Ecco, è pieno di eroi dell’equilibrismo nella musica indipendente e spesso questo è un aspetto a cui si rivolge poca attenzione.

Cosa vi augurate per il futuro?
Di continuare a divertirci e di suonare tantissimo.

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Intervista di Martina Marzano

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Consulta anche: Agenda Concerti


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