LIVE REPORT

Ecco perché su Facebook tutti parlano di Iggy Pop

0
Iggy Pop in concerto

Iggy Pop @ MedimexBari, 10 Giugno 2017

La focaccia al Panificio Fiore è caldissima, l’hanno appena sfornata ed è fragrante e fumante. I pomodorini affondano dentro all’impasto insieme alle olive ed i fiocchi di sale ed origano sulla crosticina croccante le danno quella varietà di texture che caratterizza i cibi più golosi. La Peroni la compro di fronte, alla Caffetteria del Catapano e vado a sedermi a pochi passi, sulle scale della scuola nella Piazzetta Sant’Anselmo.

Per arrivarci ho attraversato piazze luminose ed ampie, vicoli stretti e fioriti, piccole corti dove donne baresi tiravano a mano la pasta e stendevano le orecchiette davanti alle porte aperte. Dovunque c’erano gruppetti di persone sedute fuori, su sedie portate da casa, e bambini che giocavano a pallone e correvano spensierati.

Bari è splendida; è una città che prova a conservare la propria identità storica e culturale, nel bene e nel male. Una città che (apparentemente) non si è fatta influenzare (troppo) alla smania di voler sembrare diversa da quella che è sempre stata. Una città orgogliosa.

Ho fatto in tempo a visitare la mostra fotografica, molto interessante, su David Bowie ed Iggy Pop al Castello Svevo, c’erano una serie di scatti fatti da Masayoshi Sukita tra i quali il famosissimo set della copertina di Heroes, poi da lì ho proseguito seguendo l’odore di olio e pane. E’ tardi e sul gruppo whatsapp del bus i miei compagni di viaggio informano tutti che la band di spalla sta per iniziare. Per sicurezza prendo un caffè e torno verso il Corso Vittorio Emanuele. E’ tutto transennato e per entrare ci sono quattro file: due di sole donne, due di soli uomini.

Antefatto

Nei giorni precedenti il concerto sono successe un sacco di cose, tutte brutte e che hanno condizionato più l’organizzazione che non lo svolgimento dell’evento. E’ iniziata con l’attentato a Manchester, al concerto di Ariana Grande, poi un attentato a Londra pochi giorni dopo che ha fatto aumentare la psicosi fino all’estremo la sera della finale di Champions League, persa dalla Juventus, ma che ha scosso Torino per motivi completamente differenti.

La soglia di allerta s’è alzata da per tutto e per il Medimex le ordinanze si sono susseguite con regole sempre più restrittive. Metal detector, controlli serrati, niente zaini, niente bottiglie, alcuni temevano niente festa…ma si sbagliavano.

Ho preso un posto dentro ad un bus organizzato da alcuni ragazzi di Reggio Calabria: avrebbe fatto tappa, tra le altre città, anche a Cosenza e dopo avermi prelevato mi avrebbe portato al concerto e poi riaccompagnato a casa in tutta tranquillità e sicurezza. Certo non sembra, ma sono 5 ore abbondanti di viaggio all’andata ed altrettante al ritorno, e non sono poche né rilassanti. Ma ormai lo si sa che da qui tutto costa più fatica ed è per questo che per noi del sud tutto è più bello ed ha sempre un valore differente.

L’iguana

Ovviamente, mentre sono in fila, vedo un sacco di altre persone venute da Cosenza, molti li conosco solo di vista, altri so anche come si chiamano. Ci metto 15 minuti per superare i controlli ed arrivato in fondo, davanti alla Prefettura, mi rendo conto che c’è già un bel po’ di gente. C’è una band che suona sul grande palco e che purtroppo paga lo scotto di non essere Iggy Pop. Il suono non mi entusiasma, non entusiasma neppure il pubblico sotto al palco. Probabilmente non è il genere adatto, non saprei dire, sta di fatto che si beccano un po’ di insulti ed anche qualche risata quando prima del pezzo conclusivo il cantante lancia qualche CD al pubblico e qualcuno glie lo rilancia indietro sul palco.

Quando dopo venti minuti di cambio palco sale la band di Iggy intonando gli accordi di I Wanna Be Your Dog si alzano tutte le braccia ed a troppe estremità ci sono i telefonini. Sarà così per tutta la durata del concerto nonostante il pogo indiavolato, ma se avete un profilo Facebook questo lo sapete già.

Lo dico aprendo un breve inciso, perché così non si può continuare: basta con quest’ansia da social network di filmare, fotografare, postare, condividere, inviare sempre tutto. Davvero, basta! Godetevi un cazzo di concerto come si deve, come s’è sempre fatto in sessant’anni di storia del rock. Ma soprattutto abbassate sti telefoni ché io sono basso e non vedo mai una ceppa! Fine dell’inciso.

L’iguana appare zoppicante ma carico come una molla ed inizia il delirio. Non è un pogo, è una bolgia forsennata che non si arresta neppure per la successiva Gimme Danger, aumenta con The Passenger e si rinnova con Lust For Life: un inizio pirotecnico.

Iggy ancheggia, si dimena, urla, salta, è un animale rabbioso che a dispetto dei suoi 70 anni suonati sembra non avere alcuna voglia di invecchiare né di riposarsi. Si lancia tra la gente, scende spesso nel lungo pit a battere mani ed urlare in faccia alle prime file.

Ci si riposa un attimo per Sixteen, ma poi arriva Skull Ring ed a ruota I’m Sick of You, Some Weird Sin, Repo Man, una Search and Destroy al fulmicotone ed il finale del primo set con Down on the Street e Mass Production.

Realizzare che siamo lì a dimenarci come dei pazzi su dei brani scritti nel 1968 (!!!), vuol dire comprendere la vera caratura di un artista che ha anticipato tempi, mode, gusti, vizi. La stessa sera da un’altra parte c’erano i Guns’N’Roses, credo lo sappiate tutti. Però permettetemi di dire che non c’è paragone. Rocket Queen, ascoltata oggi, impallidisce di fronte ad una canzone sul cunnilingus (I Wanna Be Your Dog, appunto) pubblicata nel ’69. E poi questo signore qui è uno sul quale il deus David Bowie ha puntato molto…e quello lì, signori, di occhio ne aveva eccome.

Passano pochi secondi e la band torna sul palco per imbastire la trama di quel pezzone scritto con Josh Homme che è Gardenia. A Bari si torna a saltare come degli indemoniati prima con classiconi come No Fun, 1969 e T.V. Eye, poi con produzioni che abbracciano tre decadi: Real Wild Child, Candy e Real Cool Time.

Il dio storpio e dorato Iggy Pop torna dietro le quinte per altri 30 secondi prima di uscire ancora per un ultimo brano: Loose finisce con James Newell Osterberg Jr. che si accascia sulle assi di legno, esausto, tra le urla della gente, rimane lì per un po’ e poi se ne va col dito medio alzato orgogliosamente.

Endorfine a mille in tutta Bari, amici miei! Ve lo posso assicurare.

Epilogo

Sfollare è una impresa che richiede tempo e pazienza. Le presenze dichiarate sono passate dal essere 20.000 il giorno dopo, poi 50.000 l’altro ancora, fino alla cifra degli 80.000 riportati da alcuni quotidiani al martedì. Molti locali hanno finito le bottigliette d’acqua e dovunque c’è un assalto a gelati, birra e rosticceria. Recupero un’acqua frizzante e poi mi concedo anche una seconda Peroni, ché con la gola secca e la schiena sudata è un toccasana. Trovo con calma la strada del bus ed arrivo per primo, poi alla spicciolata si aggregheranno tutti gli altri.

Si riparte poco prima delle due di notte, mentre in piazza c’è ancora il DJ Set, ma noi si viene da lontano, tant’è che in casa ci rientro che sono passate da un pezzo le 6 di mattina. Sulla mia t-shirt di Bowie si sono avvicendati liquidi vari, dall’acqua schizzata più volte tra la folla, al sudore mio e quello altrui, finanche la saliva dello sconosciuto tizio mezzo nudo che ad un certo punto, venendo fuori dal pogo indiavolato, si è rivolto dritto verso di me ed abbracciandomi mi ha baciato in fronte.

Se vi stavate chiedendo se ha ancora senso oggi il rock, se vi stavate chiedendo che cos’è oggi il rock, ebbene la risposta che posso darvi sta tutta in quella maglietta lercia e nella sensazione che ho provato buttandomi sul letto alle 7 di mattina. Riuscite ad immaginarla?