Ho visto Quattro Quartetti di Clementi e Nuccini, dovreste farlo anche voi

Quattro Quartetti di Emidio Clementi e Corrado Nuccini
Il vinile autografato di Quattro Quartetti di Emidio Clementi e Corrado Nuccini

Emidio Clementi e Corrado Nuccini, Quattro Quartetti @ Parole Erranti – Cropani (CZ) – 30 Luglio 2017

 

Cropani è un piccolo centro seduto tra le colline che affacciano sulla costa jonica calabrese, a circa 40 Km da Catanzaro ed a quasi 130 Km da Cosenza. Da qualche anno aderisce al progetto Città Del Libro e qui si organizza un festival della letteratura: Parole Erranti. Per arrivarci percorriamo curve e tornanti incorniciati dagli ulivi che segnano il tracciato della strada provinciale. Saliamo a 700 metri sul livello del mare, fino al timido paesino. Il festival anche quest’anno ha un programma fitto di eventi, noi siamo lì per uno in particolare: Emidio Clementi e Corrado Nuccini, ospiti dell’associazione La Masnada, apportano il loro contributo poetico con i Quattro Quartetti di T. S. Eliot.

Ci arrischiamo con l’auto sgangherata all’interno delle stradine del centro, ché dalla provinciale non riusciamo a scorgere il luogo dell’evento. Un gruppetto di ragazzi ci indica il percorso così, accostata l’auto, prendiamo una lunga scalinata, illuminata da una serie di piccoli faretti, che ci guida dentro ad una piazza ariosa, con un bar e dei tavolini. La serata è calda, il corso lastricato di grossi ciottoli arriva ad una porta con un arco in granito, antico accesso al centro abitato, che svela il duomo. L’imponente facciata in tufo, stretta nella piccola piazza, sembra ancora più grande. Il rosone gotico a raggiera troneggia sul grande portale posto alla sommità di una scalinata granitica. L’alto campanile sottolinea l’atmosfera solenne.

La piazzetta è piccola ed arredata con una cinquantina di poltroncine imbottite rivolte verso il palco minimale, alto un gradino e già pronto allo spettacolo. Un gazebo bianco espone libri e dischi; scorriamo i titoli e ci facciamo tentare dalla voglia di acquisti compulsivi, ma rimandiamo a dopo e ci dirigiamo verso un piccolo bar oltre l’arco, per munirci di una peroni ed una nastro azzurro prima di tornare alla scalinata e prendere posto su uno dei lunghi gradini.

Mimì compare quasi subito, in un completo color sabbia: pantaloni, giacca e cappello. Sotto ha l’immancabile camicia bianca che fascia il torso asciutto e copre le braccia tatuate. Corrado Nuccini lo segue in panciotto nero e panama. Si fermano a chiacchierare con lo staff per qualche istante, poi un ragazzo prende il microfono e ci dà il benvenuto all’evento. Presenta Cropani come lo specchio di una Italia sconfitta ed oppressa, contraltare dei palazzi del potere: un amante vessato da una donna che non ha tempo per la cura dei sentimenti, eppure innamorato, eppure ignorato, eppure deciso a non rinunciare. Presenta lo spettacolo del duo come un mazzo di fiori, tutti diversi, da scoprire uno alla volta per comprendere il profumo, solo poi, dell’intero bouquet poetico ed evocativo di Eliot.

L’introduzione è breve, poi gli artisti calcano la scena. Quattro quartetti e di ognuno scelgono il primo ed il terzo movimento da musicare e declamare. I paesaggi sonori disegnati da Nuccini sono articolati ed angusti. Sbottano e rispondono ai versi spessi e condensati, interpretati da Clementi. Alle spalle le illustrazioni di Marco Saccaperni, in rosso e nero, col bianco a rendere noto in lettere chiare il luogo letterario per il quale ci conduce il duo.

Mimì scava con la voce dentro le righe, disegnando solchi in aria dove poi fa scorrere l’acqua di immagini e suggestioni, profumi e colori che sembrano reali, sembrano tangibili. Odore di salsedine e timo selvatico si sprigionano in forma sonora ed avvolgono la piccola arena. Luce e buio si alternano a parole poste in antitesi, destrutturazioni testuali che diventano mattoni pesanti, spalmati di malta poetica, per alzare costruzioni di concetti nuovi. Parole umide che lasciano i vestiti intrisi e pesanti di roboanti battiti d’ali.

C’è il vibrante suono della chitarra di Corrado suonata di bordone; graffia i drone e le ritmiche appena accennate, costruite sulla sottrazione, funzionali alle temperature oscillanti, come onde di quel flusso liquido che ci disseta come fossimo arbusti di macchia mediterranea, giocate da Eliot col suo scrivere stratificato e profondo. Campionamenti filtrati e plasmati per aderire agli ambienti musicali, come fossero drappi tesi su muri di granito.

Nel solco scorre altra acqua ed è emozionante e nutriente, sale nel tronco, dopo aver scosso le radici, fino alle estremità di piccoli rami che sbocciano. In quel borgo insospettabilmente suggestivo c’è il silenzio assoluto. Saremo poco più di un centinaio di corpi, divisi tra le poltrone e la scalinata, bambini e madri, ragazzi ed adulti ed anziani: tutti stregati dal quadro pensato dal premio Nobel e dipinto da quei due uomini in piedi sotto luci che si alternano al ritmo delle sillabe scandite.

Tre quarti d’ora dice l’orologio, poi è già ora dell’ultimo applauso della serata. Compro, al solito, il vinile mentre sono ancora scosso dall’emozione. Apro la confezione con cura e sono troppo timido per chiedere una firma, ma ci avviciniamo lo stesso e Mimì è cordiale. Chiede da dove veniamo e ci ricorda delle molte volte in cui è stato a Cosenza. Ci invita a portare i suoi saluti ai ragazzi del Filo di Sofia, poi scrive una dedica con un pennarello nero e fa fare lo stesso a Corrado. Ci stringe la mano e ci abbraccia congedandosi.

In macchina parliamo di Eliot e di come ci sia venuta voglia di leggerlo, di riscoprirlo, di comprendere quello che abbiamo colto solo di sfuggita, superficialmente, attraverso il ritmo incalzante del reading. E’ una vittoria dopo tutto, ne conveniamo. Ancora una volta i due hanno assolto in pieno il proprio compito. Ancora una volta torno a casa pensando di essere un po’ migliore.