FOCUS ON

LE SETTE COSE CHE DOVRESTI SAPERE PRIMA DI INIZIARE A LAVORARE NELL’INDUSTRIA MUSICALE

di Irene De Marco

 

Quanti di voi vogliono o volevano da piccoli lavorare nel mondo dell’industria discografica?
Forse meno di quelli che sognavano di fare gli archeologi o i fotografi, ma comunque scommetto siete parecchi. Per fortuna, avvocati tristi, medici fuori corso, commessi dell’esselunga e frequentatori dell’Università della vita, ci sono qua io a sfatare i vostri miti: ho studiato archeologia e lavoro nell’industria musicale. Non contenta, sono anche fotografa.
Potrei essere una sorta di fortunatissimo più unico che raro esempio di essere umano che ha esaudito i suoi sogni, qualcuno potrebbe anche dire che non me lo merito – avreste, forse, ragione.

La realtà è che non è tutto oro ciò che luccica e me ne sono accorta il primo giorno che sono entrata in un cantiere di scavo nella mia vita, per estirpare erbacce, farmi pungere da scorpioni e quasi rimanere paralizzata dall’antitetanica (Disclaimer per i no-vax, non prendetemi alla lettera: non succede).
I perfetti mondi di Relic Hunter o Indiana Jones, corredati di bonazzi come Nigel o Harrison Ford sono falsi. Falsissimi. L’archeologia assomiglia di più al perfetto incrocio tra uno scienziato pazzo chiuso in laboratorio e un muratore rumeno, con tanto di abbronzatura da canotta e polpacci da calciatore per lo sforzo di alzare le scarpe anti-infortunistiche. Sono durata due mesi in un cantiere e devo dire che sono ancora sorpresa dalle mie capacità di sopravvivenza.
O almeno lo ero finché, tornata dopo anni all’estero nella mia amata Roma, sono rientrata nel cosiddetto giro della “scena romana”. Non il termine adatto, in quanto la famosa “scena romana” è quanto di più lontana dal mio gusto e dalla mia ricerca musicale, ma impossibile da evitare se bazzichi i live club di Roma: insomma un magna magna finanziato e promosso dalle stesse venti persone che fanno suonare sempre le stesse cinque.

Non contenta delle mie prime, precoci e ingenue, esperienze come fotografa di live e backstage e intervistatrice folle, ho deciso di seguire quella piccola vocina che sin da quando ero giovane e disincantata mi ripeteva quanto sarebbe stato figo essere una discografica, una manager, una produttrice, una direttrice artistica. Quindi ho pensato di non fare nulla di tutto ciò ed entrare in un ufficio stampa di un’etichetta: a metà tra giornalismo, pr, messaggi vocali da 40 minuti alle 3 del mattino, dopo sei mesi mi ritrovo ancora qui.

A che fare mi chiederete voi. Un po’ tutto, in realtà. Ed è qui che entra in gioco la mia verità, ovvero quelle cose che nessuno vi ha detto, che magari sospettate, ma volete far finta di non sapere, per mantenere intatto il vostro sogno adolescenziale.

1. LA VERITÀ È CHE NON TI PAGO ABBASTANZA
Come dice il titolo del primo punto, la realtà è che nella musica girano sicuramente più soldi che nel resto delle attività artistico-culturali, ma comunque non abbastanza. Sarebbe bello uno stipendio regolare, ma a quello ho rinunciato ormai anni fa; sarebbe bello potersi permettere macchine e case a Malibu con il proprio studio di registrazione interno; sarebbe bello scrivere o fare foto per webzine e avere un rimborso spese; sarebbe bello che chi ti chiede di fotografare i suoi eventi decidesse di pagarti. Sarebbe tutto molto bello, ma, al momento, nessun contratto milionario con il nuovo Calcutta è stato firmato. Inoltre domanda da un milione di dollari: Partita Iva o non Partita Iva?

2. LA VERITÀ È CHE NON DORMO ABBASTANZA
Il problema dei lavori senza orario è che in realtà non smetti mai di lavorare. La media di email e messaggi che ricevo tra le 2 e le 6 del mattino varia da 20 a 70 a seconda dell’urgenza. La parte più bella sono i cinque vocali da 10 minuti l’uno, che arrivano puntualmente quando decidi di spegnere tutto e dormire.

3. LA VERITÀ È CHE LE GIORNATE NON SONO LUNGHE ABBASTANZA
Organizza due festival in tre settimane, a distanza di una settimana l’uno dall’altro. Provateci e fatemi sapete.

4. LA VERITÀ È CHE NON SEI SANA ABBASTANZA…
… per essere una babysitter. Non hai fatto figli apposta, magari. Invece gli artisti sono dei bambini, sono anche tuoi, li ami come pargoli usciti dalla tua bagiana raggrinzita dall’ultima volta che hai avuto tempo di fare sesso. Bellissimo, per carità, la maternità è una cosa stupenda. Le paranoie schizofreniche, le ansie sociodistruttive, le insicurezze adolescenziali un po’ meno.

5. LA VERITÀ È CHE NON SEI UOMO ABBASTANZA
Il sessismo, un po’ come ovunque, è un problema forte. La manager di una band è agli occhi di tutti quella che si scopa uno dei membri e fanno storie se chiedi l’accomodation per lei; la fotografa viene allontana dal pit dal buttafuori perché “le donne non possono stare qui”; la fotografa non può mettersi la minigonna sotto il palco o lo fa solo per rimorchiare il cantante.

6. LA VERITÀ È CHE NON SEI ITPOP ABBASTANZA
(Non credo serva aggiungere altro)

7. LA VERITÀ È CHE NON SEI STUFA ABBASTANZA
La verità suprema, però, è che tutti i lati negativi di lavorare nell’industria musicale, soprattutto in Italia nel 2018, non valgono neanche la metà di quanto sia bello. I soldi arrivano, piano piano, costruendosi un proprio giro; dormire è sopravvalutato, d’altronde conosci chi dorme 3 ore a notte da 18 anni e sembra ancora vivo e poi anche tu almeno hai qualcosa da fare quando l’insonnia bussa o ti annoi; i tuoi bambini cresceranno sani e forti e con la capacità di sopravvivere all’insanità degli altri e comunque stai facendo esperienza per quando mia sorella partorisce; fai parte di quella percentuale di donne che ci sono dentro e combattono per il proprio posto in questo mondo, finora con discreti risultati e sei solo all’inizio. Andare a un festival con il mito della tua adolescenza e a cena con il tuo artista preferito del momento, la musica in anteprima, pianificare tour. Ricordarsi che l’itpop non è importante e che l’oracolo dice che a breve lascerà il posto al Rock. E allora sì che ci divertiremo veramente.

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