RECENSIONI

esce domani “Riparo” il lavoro di esordio dei Lagoona, e noi ve lo raccontiamo oggi

Recensione a cura di Mattia Passariello

Il 26 settembre sarà un giorno importante per i Lagoona, rock band emergente perugina: quello dell’esordio. L’artwork di Lorenzo Megni, apprezzabile nella significativa copertina, fa da cornice all’album con cui il gruppo umbro si presenta alla scena musicale nazionale.

L’intimità è una costante lungo il disco del quartetto umbro, nel quale spicca la voce di Luca Chiabolotti, coadiuvato da Lorenzo Megni (chitarra), Daniele Marasca (basso) ed Elia Ruggeri (batteria).

Dieci tracce dense di quelle sensazioni troppe volte taciute, che adesso i quattro amici non hanno più paura di esprimere. Il “riparo” è il rifugio che ognuno di loro cerca dalla burrasca che è il nostro mondo, che a volte sembra non concederci più alcuna speranza.

Un pezzo di me, il brano che apre l’album, ci fa entrare subito in un mondo di caos, in cui il protagonista non riesce a districarsi. “Accomodati pure dentro la mia testa, tanto ho perso da tempo la sua proprietà”, parole che non hanno bisogno di parafrasi: è come abbandonarsi quasi (e il “quasi” sta in quel conclusivo “ma chiudi la porta quando te ne vai”) definitivamente ad un mondo senza regole che ha già distrutto qualsiasi certezza interiore. Con Ruggine i cocci sono ancora tutti sul pavimento: il protagonista non riesce a far fronte ad un rapporto finito, ma soprattutto non trova il filo che governa i meccanismi di sé stesso. La coperta è corta, e l’ “io” si scopre nudo. Il ritmo è sempre a metà tra il sostenuto e il malinconico, un alternative rock con venature da fine anni ’90.

Tra gli abissi di Chiodi e le promesse di Nebbia, il soggetto cerca sempre, come in un cammino a ritroso, l’origine dei suoi mali. La cupezza delle parole contrasta con un’atmosfera musicale forte e quasi “positivamente” esplosiva, seppur introspettiva e calante in alcuni momenti. Stessa cosa accade ne “Il Vuoto”, in cui si intravede, tra le macerie esistenziali della persona, un barlume di tenue speranza, che viene poi almeno parzialmente affidata ad altrui mani in “Resta”, una ballata incalzante e struggente allo stesso tempo. Rotaie è una nostalgia che viene urlata quasi affinché possa auto-esorcizzarsi nell’atto (notevoli gli assoli nella seconda parte), Senza equilibrio sfrutta l’immagine sfumata di una giovane (e fragile) donna, prima di Riparo (il brano che dà il nome al disco) e di 1990 che rappresenta l’ennesimo elogio al sogno, all’energia e alla speranza fugace ed intensa che si cela in esso.

Dolore, nostalgia e pulsione vitale espressa nel caos sono interconnessi e si scambiano nel gioco delle parti di un album che non tace le zone oscure dei protagonisti, i quali al contrario si raccontano in prima persona, in un rock che cresce parallelamente nella sua inquietudine e nella sua maledetta speranza di salvezza, la vita scolpita in un eterno ritorno che forse segna l’essenza. 

 

 

Tracklist:

  1. Un pezzo di me
  2. Ruggine
  3. Chiodi
  4. Nebbia
  5. Il vuoto
  6. Resta
  7. Rotaie
  8. Senza equilibrio
  9. Riparo
  10. 1990

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