Orgone: un album come percorso di meditazione per trovarsi e ritrovarsi – La recensione del nuovo disco di Sarasara

Recensione a cura di Dorella Basta

Orgone è il secondo disco della cantante, compositrice, musicista elettronica e produttrice discografica francese Sarasara.
Dopo il suo debutto con l’album Amor Fati (2016), Sarasara ritorna sul mercato con un nuovo album, esso è una ricerca introspettiva su se stessa, percorrendo un sentiero spirituale che ha portato all’accettazione del proprio io.  
Anche solo il titolo del disco, Orgone, lascia intendere ciò che ne sarà di esso. E’ un termine derivante dall’inglese, rifacente alla teoria della psichiatra Reich in cui vede l’org (orgasmo) come una singola unità di energia vitale in cui l’intera natura sarebbe pervasa.  Ogni giorno, sin dai primi giorni di vita un soggetto deve svolgere un immenso e duro lavoro, per costruire l’identità del proprio Sé, è un processo che si sviluppa nel tempo, lungo e delicato che tira in ballo tutta una serie di funzioni cognitive, e che dipende da molti fattori. In queste tracce ne è presente una ricostruzione progressiva di quest’ultima, verificatasi dopo una relazione finita e una appena nata e un lungo percorso basato solo su se stessi. Sono presenti nelle dodici tracce dell’album temi forti e contrastanti, quali: l’innamorarsi, le anime gemelle, il suicidio, la meditazione (nello specifico il Samadhi che proprio delle culture religiose buddhista e induista che definisce l’unione del meditante con l’oggetto della meditazione), la vulnerabilità, il presente e i ricordi del passato e l’arrendersi a sé. Inoltre, nel disco è presente una cover di Je te promets di Johnny Halliday in un ricordo per la sua morte e in alcune tracce è presente la collaborazione Peter Doherty (The Libertines).

Dietro al progetto di Orgone si ritrova una cura del dettaglio in ogni singolo brano. Partendo dalle varie influenze che spaziano dal trip-hop classico dei Massive Attack, passando per un ambient sofisticato come quello dei Portishead, percorrendo le sonorità dolci e malinconiche tipiche giapponesi come si può evincere dal brano flitline, a delle vibes che si rifanno al ritmo del dub e del chillout tipico del Buddha Bar ritrovato in surrender.
Quello che Sarasara ha voluto far emergere dalla produzione di questo disco arriva direttamente all’orecchio di chi ascolta per la prima volta i suoi brani, come se si iniziasse un viaggio per mete lontane dal presente vissuto alla ricerca di una sola destinazione: se stessi.

Quando ci si ritrova ad ascoltare canzoni come Anticorps si prende coscienza di ciò che si è nel presente, perché esso è l’unica cosa che esiste ora. Insieme alla fragilità di un futuro incerto, dell’unione con sé ancora non troppo appresa, di un futuro inverosimile e una vulnerabilità da cui si è spaventati.

Un disco, quindi, in cui si può provare un momento di alienazione mentale, una valutazione della propria esistenza, alla ricerca della migliore versione di sé.