I graffi della pantera nera squarciano l’Arena Flegrea: il live e photo report di Skunk Anansie a Napoli

Live report a cura di Mattia Passariello photo a cura di Serena Vigilante

Il 9 luglio a Napoli è una serata calda ma placida, mansueta, quasi immobile. Per farla vibrare l’impressione è che ci vorrebbe un bel po’ di lavoro, ma per gli Skunk Anansie ribaltare le aspettative non è mai stato un problema. Per Skin (al secolo Deborah Dyer) e i suoi compagni di palco è la seconda visita, dopo quella all’Arenile del 2011, ad una città che in fondo le assomiglia in molto: la piuma e il mortaio si danno la mano nella Napoli bella e dannata, e la pantera nera dai geni metà londinesi metà giamaicani ha sempre vissuto tra identici contrasti.

Dai uno sguardo al pubblico, che riempie lentamente gli spalti dell’Arena, e noti istantaneamente che la “generazione anni ‘90” è fatalmente quella dominante, con tanti saluti all’ultima decade preda, almeno per la maggior parte, di altre tendenze. L’apertura è affidata alla band di Leeds Allusinlove, che promuove il nuovo EP It’s Okay to Talk (degne di nota le tracce All My Love e All Good People). Dopodiché, le luci della ribalta diventano le loro, proprietà del quartetto che nel 1995 sbalordì il mondo con l’aggressività polemica di Paranoid&Sunburnt, si lanciò in un’esplorazione di ossimori emozionali e tematici in Stoosh l’anno dopo, incantò con un mix perfetto di armonie e tensioni in Post Orgasmic Chill nel 1998.

Di certo, il vigore degli esordi non ha abbandonato la band inglese. Sono passati 25 anni dall’avvento di quella rabbia feroce, di quel livore poi mitigato ma mai del tutto soppresso, eppure quel canto del cigno tante volte pronosticato sembra non arrivare mai per Skin e la sua band su cui non tramonta mai il sole. Dal 1994 il tempo sembra fermarsi di continuo, ogni volta. Charlie Big Potato, con le sue atmosfere di mistero e la sua forza tenebrosa, è un intro cupo ma perfetto per l’ “iniziazione” del pubblico dell’Arena verso una serata di fiamme e di esplorazioni interiori. All’inizio Skin è inquieta, vorrebbe più libertà di movimento, ma la struttura del sottopalco e qualche tensione tra qualcuno del pubblico e la sicurezza non lo consente. Inconveniente dimenticato in fretta, in ogni caso: Because of you e il groove di All in the Name of Pity riallineano il sistema solare e da questo momento emerge tutta la forza dirompente di una donna sola al comando.

Salta, piroetta, tesse le redini, scherza con il pubblico e la security, dà disposizioni, incita una folla che minuto dopo minuto si esalta con lei: Skin è una tigre, una pantera che trasuda energia corrosiva nei pezzi “arrabbiati” come Twisted, la sarcastica My Ugly Boy o l’impegnata Intellectualise my Blackness, per poi allentare tutti i nodi e sciogliersi in un ideale abbraccio emozionale con il pubblico nella fluttuante leggiadria di ballad intense e sofferte come nel caso della leggendaria You’ll follow me down o, più avanti nella serata, nella magistrale interpretazione di Secretly, un momento splendido e toccante in cui si ricuce qualsiasi strappo, si addolcisce ogni dissapore. Weak, altro brano che ha segnato un’epoca sul finire del secolo scorso, ci trascina in un’atmosfera di rabbia e amara consapevolezza. C’è tutto: la rabbia per una relazione finita e per l’altrui aridità e distacco, l’orgoglio ferito dalla realizzazione di non essere abbastanza forti e di esserlo stati solo attraverso la relazione, il grido di dolore.

L’energia della vulcanica e impetuosa frontwoman, per un attimo, rischia di mettere in secondo piano il lavoro tutt’altro che trascurabile di un bassista come Cass, i cui virtuosismi illuminano la seconda parte, ma anche Mark alla batteria (memorabile il suo lancio di bacchette a metà concerto) ed Ace alla chitarra non scherzano. L’immancabile Hedonism, con i suoi rancori e le sue tenerezze, viene cantata da tutta l’Arena. Ma c’è tempo anche per ballare con Love Someone Else.

Dopo l’energica e pulsante Tear the place up, Skin e la band danno la buonanotte a tutti, fanno finta di uscire. Nessuno ci crede: e dopo cinque minuti di invocazioni, le luci si riaccendono e gli Skunk riappaiono. Del resto, come poteva mancare Secretly? E, inoltre, non era stato ancora proposto il nuovo singolo What You Do For Love, che indaga fin dove siamo disposti a spingerci per amore e rifornisce la platea di nuova carica mista ad intimità scoperchiate. The Skank Heads è una chiusura vibrante e rabbiosa che serve a ricordare a tutti che gli anni non hanno stemperato la vena tribolata e sincera di Skin e soci. Ma dopo i saluti e le ovazioni, c’è spazio ancora per un’ultima sorpresa: la versione lenta ma splendida nel suo momento e nel suo significato di Bella Ciao. Un modo poetico e allo stesso tempo consapevole per chiudere una serata indimenticabile.

 

Scaletta concerto:

  1. Charlie Big Potato
  2. Because of you
  3. All in the Name of Pity
  4. I Can Dream
  5. You’ll Follow Me Down
  6. My Ugly Boy
  7. Twisted (Everyday Hurts)
  8. Weak
  9. Cheap Honesty
  10. Love Someone Else
  11. I Believed in You
  12. God Loves Only You
  13. Without You
  14. Hedonism
  15. This Means War
  16. Intellectualise My Blackness
  17. Tear the Place Up
  18. Secretly
  19. What You Do For Love
  20. The Skank Heads