AVA debuttano con Waves: non è solo musica d’arredamento

AVA - Waves
AVA - Waves

a cura di Antonio Serra

 

Se vi dovesse capitare di domandare ad un amico “chi ha inventato la musica ambient?”, potreste avere tre tipi di risposte.

La prima possibilità è l’amico che ascolta Vasco o la trap più insulsa: “Ma intendi tecno? House? Quelle cose lì che non ho mai capito la differenza?”.

La seconda possibilità è l’amico che ne sa: “Ovvio: Brian Eno!

A volerla dire tutta il primo a concepire una musica “d’arredamento” fu Erik Satie. La definì musica che non ha bisogno d’essere ascoltata con attenzione. John Cage, Karlheinz Stockhausen e Pierre Schaeffer rilegeranno con occhio avanguardistico questo concetto conducendoci fino agli anni ’70 e, appunto, a Brian Eno.

Il secondo tipo di amico comunque non ha proprio tutti i torti; per lo meno dal punto di vista della nomenclatura. Il termine ambient music, in effetti, pare lo abbia coniato proprio Eno riferendosi ad un modo di comporre ed eseguire musica che modulasse l’atmosfera percepita e lo stato d’animo dell’ascoltatore senza assumere caratteristiche di predominanza sonora, di esclusività dell’attenzione, di egocentrismo musicale. Un sottofondo capace di descrivere una scena, una circostanza, dal punto di vista emotivo. Il punto di vista è naturalmente molto filmico.

AVA sono un duo e producono ambient music. Il loro disco di debutto si chiama Waves, è uscito il 12 Luglio per One Little Indian / Audioglobe ed ha molto più in comune con la musica d’arredamento di Satie che con i droni, i reverberi roboanti, le chitarre sgranate che siamo abituati a definire oggi ambient.

 

 

C’è un meme che gira in questi giorni sui social. In buona sostanza nega l’idea della “variabile ambientale” che influenza positivamente il pensiero e il modo di essere di qualcuno. Dice qualcosa come “Se sei un idiota puoi viaggiare quanto vuoi, sarai solo un idiota in un posto cool. Nulla di più”. Ecco, io non sono d’accordo con questo concetto. Perché credo siano sbagliati i termini di ciò che esprime. Non è il mero atto di spostarsi e fare foto instagrammabili che ci rende persone migliori, bensì il contatto con culture diverse, vite diverse, quotidianità diverse.

Anna Phoebe ha radici tedesche, greche, irlandesi. Compone per la Royal Ballet School e suona il violino come  turnista. Aisling Brouwer ha origini olandesi e irlandesi. Il suo ambito è la composizione di colonne sonore per film e  televisione. Entrambe cittadine inglesi, hanno viaggiato moltissimo l’Europa e quando hanno iniziato a collaborare, nel 2016, lo hanno fatto per cercare insieme di comprendere la propria identità in un continente scosso da cambiamenti socio-politici. Una fuga dal rumore architettata sulla costa del Kent, ad un passo dalle scogliere di Dover, dove passeggiando sulla spiaggia si intravede la sagoma delle coste francesi.

 

 

Raccontano di come, a partire dagli accordi di pianoforte suonati da Aisling, Anna cercasse di improvvisare intarsi melodici. Un contrappunto musicale che mima l’incessante infrangersi delle onde sulla spiaggia. Due musiciste che hanno trovato la propria controparte confidenziale di una scena ad altissimo impatto emotivo, come può essere un oceano in tempesta nel sud di una Inghilterra segnata dalla Brexit. Due interlocutrici che si interrogano sul modo in cui il mondo sta cambiando e cercano le risposte in paesaggi sonori evocativi. Un’oasi in cui cercare rifugio, conforto, in un mondo insicuro.

Waves è un disco vibrante, maturo, pieno di fascino. Descrive il nostro tempo e ci dimostra l’importanza di essere aperti ed inclusivi. Superare le divisioni, superare le tensioni, migliorarsi attraverso la scoperta del diverso. Poi condensare tutto in una crescita intellettuale, emotiva, consapevole e coltivarci sopra un nuovo io, nuove speranze, nuovi progetti. Non è solo musica d’arredamento né musica da ascoltare distrattamente. E’ un flusso sonoro che racconta chi siamo e cosa siamo diventati.