Apo e la sua galassia – L’intervista

Intervista ad Apo a cura di Giuseppe Visco

Abbiamo scambiato due parole con Apo – al secolo Pierluigi Grottola – pronto al salto nel mondo dei grandi col suo album d’esordio “Apo”, un insieme di mondi dove il filo conduttore è lo stile inimitabile dell’artista.

– Il tuo album d’esordio è finalmente online, come ti senti? Cosa si prova a “presentarsi al mondo dei grandi”?

Evito questo vezzo, fuggiamo dalla tentazione del peccato di vanità. Sono contento. Perché porto fuori il mio mondo interiore, quello che ho coltivato da bambino e per il quale sei anche giudicato un sognatore, persona poco concreta. Poi devi crederci assumendoti i rischi del caso … è un po’ il concetto che ho espresso ne “la fune nel pozzo”.

– Il tuo lavoro è come se cercasse di mettere insieme tante realtà tutte differenti. Credi che la musica sia un mezzo per distinguersi?

No, non credo che la musica sia né debba essere un mezzo per distinguersi. Forse per me implicitamente lo diventa, ma probabilmente do quest’impressione perché in giro c’è tanta musica omologata. Non voglio apparire originale a tutti i costi. Penso sarebbe un po’ vano farlo, sarebbe un rincorrere un riconoscimento esteriore. Ritengo che la musica e l’arte in genere servano fondamentalmente ad esprimersi,  nonché a migliorare il nostro rapporto con la realtà. Io voglio trovare la mia voce, e mi rendo conto che non è facile.  Quando mi sento dire che sono originale mi fa piacere e mi dico che evidentemente sono riuscito a sfuggire a un po’ di maglie che vorrebbero irretirci. Ma il percorso è lungo, so che è appena iniziato e che continuerò a plasmare.

– Il tuo percorso di crescita artistica ha toccato vari generi musicali ed infatti non è semplice definire il tuo genere di musica. Tu come ti definiresti?

I tanti linguaggi che si sentono sono frutto di tanti ascolti variegati, ma anche, alla fine, specchio di tanti aspetti della mia personalità, della mia anima.  Riflettevo proprio in questi giorni, lavorando a cose nuove, che i tanti stili che mi sembravano sconnessi, in fondo non lo sono. Piano piano si definisce il mio crossover personale e mi fa piacere se qualcuno riconosce un “mio stile”. Per il resto non amo le definizioni categoriche. Mi piace scrivere versi e note, ne sento esigenza e ho scelto di esprimermi principalmente così. Se qualche definizione deve venire fuori, mi piace lasciarla agli altri. Se lo faranno in buona fede mi aiuteranno a capire me stesso ulteriormente e affinare il mio percorso di ricerca.

– Apo. C’è qualcosa dietro a questo nome?

Certo. Ma non lo dirò io: se qualcuno dovesse scoprirlo, non negherò. La caccia al tesoro è aperta.

– Quale idea hai sulla musica popolare ed etnica?

La musica popolare è legata tradizionalmente a dei contesti sociali di vita vissuta (fare addormentare un bambino, accompagnare il lavoro dei campi etc.). Negli ultimi anni si è fatta l’operazione di estrapolarla dal proprio contesto e di portarla su un palco, il che non è un crimine in sé, ma molti lo hanno fatto per business e basta. Per anni ho raccolto canti dalle persone anziane e ho accumulato un archivio di oltre 2.000 registrazioni. Ciò premesso, posso dire che nella musica di riproposta che circola, non sento molta ricerca, ma solo lo scopiazzare un brano da un gruppo all’altro, ripropinando quei soliti brani (riturnella, il brigante etc.) nelle salse più disparate, in versione rock, ska, etc., ma questi sono solo la punta nota di un iceberg, un patrimonio sommerso immenso e in via di scomparsa. Interessante trovo il percorso avviato da Peter Gabriel verso la cosiddetta world music, verso quella contaminazione di linguaggi che parte dalle varie tradizioni etniche ma poi le trascende e le fonde. E in casa nostra tra i primi a collocarsi su questa scia è stato Fabrizio De Andrè con “Creuza de ma”.

– Nella tua playlist ideale non può mancare..

Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Vinicio Capossela, i Cure, David Sylvian, …

– Quale artista ha segnato la tua infanzia?

Bè, i Cure e Faber li coltivo da quando ero piccolo e resistono appunto a pieno titolo. Poi la mia fase adolescenziale è stata sicuramente accompagnata dagli U2, ma anche Billy Idol… chi lo avrebbe detto?🤣

– Da piccolo cosa sognavi di diventare?

Credo di averne desiderate davvero tante. Ero un sognatore, come dicevo… dai sogni cangianti. Sono sempre stato affascinato da un sacco di cose, in cui mi buttavo a capofitto… senza concluderne nessuna o quasi (ahah)🤣🤣. Ma anche questo è stato utile, per la mia curiosità e la mia cultura generale. Mi ci è voluta l’età adulta per decidere di restringere il campo e dare corpo a qualche aspirazione, perché poi a un certo punto ti rendi conto che ai sogni devi dare forma concreta, diventa quasi un’urgenza, se no ti ammali.

– Quale brano avresti voluto scrivere?

Ci sto lavorando 🤣

(Per il resto rubare belle frasi mi basta. Poi amo reimpastare, più o meno sempre.)

– Descriviti con 3 aggettivi.

Che dicevo prima? Non amo le definizioni stringenti e categoriche e meno ancora riferirle a me stesso. Magari ogni tanto lo faccio, ma di solito è per autodifesa, se mi rendo conto di essere frainteso, maltrattato o simili.