[Live Report] Diaframma @ Mood Social Club (Cosenza)

a cura di Antonio Serra

 

Tu dov’eri ieri sera? Da casa mia al Mood Social Club ci sono 15 minuti a piedi. Dov’eri tu? Ho cercato nelle auto che mi passavano accanto, dentro ogni finestrino. In fila all’ingresso di un locale strapieno. Eri a casa mentre un Fabio Nirta sciupato girava dischi poco prima del concerto? Mi sono piazzato proprio davanti al microfono, ho sbirciato la scaletta, ho pensato ad alta voce che avrei pianto troppe lacrime. Qualcuno si è girato sentendomi e m’ha sorriso. L’odore delle rose è una reazione chimica, le cose in cui credevo io sono le stesse da una vita. Tu dov’eri quando Federico Fiumani saliva sul palco con lo sguardo da eroe imperfetto? A digerire una cena senza sapore, che hai mangiato con le mani, senza riguardo. A chiederti “Io come sto… bla…bla…bla…Tu come stai… bla…bla…bla”.

C’era gente che cantava a memoria trent’anni di musica, che faceva cadere bicchieri di birra addosso alla folla, spinta dal pogo. C’erano sudore e saliva e fanculo al contagio, braccia alzate e voci urlanti. C’era un cuore calpestato, e piedi calpestati, ma non stare in pensiero: era solo un finto cuore di plastica pieno d’alcool. Tu dov’eri? A chilometri di distanza da lì, a pochi passi, inconsapevole del fatto che il vero amore forse è là fuori, lontano dalle ruote delle auto e dei furgoni. Ché il vero amore è negli occhi dei cani vagabondi. Eri a mettere in equilibrio le scope che hai in casa. Eri a lavarti le mani per bene, girando i palmi attorno ai pollici. I brani del disco nuovo dei Diaframma si mischiavano alla perfezione con i classici di sempre. Facevano saltare tutti e cantare tutti alla stessa maniera I Ragazzi Stanno Bene e Gennaio.

Nessun senso di colpa, non è importante per me, ma dov’eri tu? Perché ti giuro che ho cercato in tutti gli sguardi che ho incrociato e non c’eri mai. Sorridevi anche tu mentre Fiumani ci insegnava come esultare col giusto tempismo dopo il primo accordo di Labbra Blu? Quella ferita in fondo al cuore, sanguinante e bellissima, ce l’hai anche tu? Noi tutti, lì davanti a quel palco, l’abbiamo sentita riaprirsi e lacerarsi. Tu perché non c’eri?

Eri a fare l’amore? Con qualcuno o in perfetta solitudine? E perché non era forse fare l’amore questo prendere in faccia schitarrate e versi intrecciati? Stare lì a farsi raccontare quanto può essere intensa anche una vita di provincia, anche la quotidianità, un disperato ma reale aggancio con la realtà. Voler innalzare monumenti alle persone normali, alle vite comuni, non è amore? Troviamoci sui tetti, a far di nuovo progetti di come sarà la vita fatta insieme! Ogni giorno mi abbandoni e ogni giorno mi torni a cercare. E pure io ho cercato sul pavimento, ieri sera, ma non c’eri.

Vent’anni fa bastava un tavolo per nascondersi e sentirsi al sicuro, adesso s’è fatto d’un tratto tutto troppo piccolo. Sarà colpa della egemonia dei media, che ci tengono chiusi in casa. Del lavoro che ci costringe a ritmi inumani, a chiudere i sentimenti in scatole vuote. Quando la prima parte del set finisce, i Diaframma spariscono dietro la tenda del backstage. Nessuno si sogna di muovere un solo passo verso un Altrove. La band torna in scena dopo tre minuti e forse per una oscura attinenza al reale che sopravvive nel profondo del cuore, ricomincia con Io Ho Te: e se è anche vero che tu sei lontano, c’è questo tempo che mi tende la mano. Pochi brani, poi una Falso Amore solo voce e chitarra.

Bagno di folla, foto ricordo, la gente continua a entrare perché è venerdì sera e si farà mattina col dj set. Tu dov’eri? Ti sarebbe piaciuto, sai? Guarda quante stupidaggini ho fatto aspettando te. Mentre torno a casa con dei dischi nuovi e autografati in mano penso: chissà se è vero che il freddo fa male alla milza. La prossima volta ci devi venire. La prossima volta non trovare scuse. Mi fermo a fotografare dei giunchi ai bordi della strada, i semafori lampeggianti delle 2 di notte, un albero in fiore a causa del clima impazzito. Poi mi butto sul letto e mi metto a dormire col mio orsacchiotto di peluche.