[INTERVISTA] Tutto ciò che devi sapere su Pagoda e nessuno ti ha mai detto

Giacomo Asti è un cantautore parmigiano che ha appena debuttato con il progetto che porta il nome di Pagoda.
Lo scorso ottobre ha svelato le prime carte con il singolo “Madeleine”, al quale ha fatto seguito “In Un Modo o Nell’Altro”.
I tasselli scoperti lasciano presagire un album interessante all’orizzonte. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui per capire che aria tira in quel di Parma…

Hai debuttato con il singolo “Madeleine” lo scorso ottobre, ma non sei un musicista alle prime armi. 

Che percorso ti ha portato alla nascita di Pagoda? Quali esigenze ti hanno spinto a dar vita a questa creatura?

 

Il percorso è stato lungo. Considera che i miei genitori mi hanno comprato la prima chitarra quando avevo quindici anni e il mio disco di debutto esce ora che ne ho trentadue. C’è voluto tanto tempo per capire cosa volessi fare davvero. In tutti quegli anni di mezzo ho suonato cover nei locali della mia città, Parma, ho cestinato centinaia di canzoni in inglese senza averle nemmeno terminate, ma, soprattutto, ho ascoltato tantissimi dischi. Ecco, se c’è una cosa che ero davvero bravo a fare era ascoltare dischi. Il resto non mi dava molte soddisfazioni e un paio di anni fa ho realizzato che era giunto il momento di cambiare. Ho messo da parte la mia attività dal vivo e l’idea di scrivere inglese. Mi sono chiuso in camera e ho iniziato a scrivere canzoni in italiano. Da allora non mi sono mai fermato e oggi registro canzoni, pubblico singoli, album… mi sembra di aver realizzato un sogno, indipendentemente dal riscontro che avrò da parte del pubblico.

“Madeleine” e “In Un Modo o Nell’Altro” sono singoli dalle distinte identità, ma lasciano intravedere già la direzione del tuo prossimo album di debutto. Quali sono le caratteristiche che troviamo in questi brani che potranno essere poi trovate nel disco finito?

 

Per questo disco ho scelto le canzoni con i ritornelli più semplici ed efficaci che ho scritto. Può essere che inconsciamente l’abbia fatto per andare incontro al pubblico, ma la scelta è stata più che altro stilistica. Sono un grande fan di Tom Petty, proprio per la sua capacità di scrivere ritornelli perfetti ma concisi. Io non sono bravo come lui, ma volevo avvicinarmi il più possibile a quell’idea di canzone. Un’altra caratteristica che accomuna un po’ tutto il disco è il sound, volevo che fosse il più naturale possibile e penso che ci siamo riusciti. 

 

“In Un Modo o Nell’Altro” è un brano molto personale. Hai fatto fatica ad essere così schietto e aperto nello scrivere il testo oppure credi che sia necessario ed essenziale per un cantautore essere così autentico?

 

Non ho fatto fatica a scrivere questa canzone, anzi, mi è venuta di getto. La cosa difficile semmai è stata lasciarla così com’era. Nei giorni successivi ho cercato di modificare alcuni versi, quelli che mi sembravano più discutibili (“sono nato innocente”, davvero??), ma alla fine ho rinunciato, ogni modifica rendeva il pezzo meno autentico. Autentico che, per finire di rispondere alla tua domanda, è proprio ciò che dovrebbe essere un artista. Questo non significa che debba essere aperto e schietto riguardo alle proprie emozioni. Prendi Randy Newman. Raramente parla apertamente di sé stesso nelle sue canzoni, ma ha un modo di fare totalmente suo, nessuno si sognerebbe di dire che non è autentico.

Quali sono gli elementi che non devono mancare per un brano e per un disco di successo? 

 

Non credo ci sia una regola, altrimenti la seguirebbero tutti, no? Il successo, se lo quantifichiamo in fama, seguito o soldi, spesso arriva in maniera inaspettata. È valso per Bob Dylan, per Madonna e vale ora per i Måneskin. Poi c’è chi dice “la canzone deve avere un certo numero di hook, il ritornello non deve arrivare dopo 40 secondi ecc, ecc”, ma io ci credo poco. Penso che il successo il più delle volte arrivi quando un artista esprime qualcosa che molta gente aveva bisogno di sentire.

Quali generi ascolti oltre a quelli che hanno evidentemente influenzato Pagoda? Ci sono elementi appresi da sonorità insolite o preferisci la tua “comfort zone”?

 

Non ho problemi a dire che per questo disco sono rimasto molto nella mia comfort zone, anche se non mi piace definirla così. Non avendo mai arrangiato per una band e non avendo un vero e proprio produttore al mio fianco, ho pensato fosse più intelligente partire da qualcosa che conosco non dico come le mie tasche, ma quasi. Per i prossimi lavori sicuramente prenderò altre strade e cercherò sonorità un po’ diverse, ma farlo a questo giro sarebbe stato un po’ forzato e fuori stile.

Pic Credits: Maria Buttafoco

Che rapporto hai con la scena musicale underground della tua provincia, Parma?

 

Avevo un bel rapporto. Parlo al passato perché da quando è arrivato il Covid alcuni locali hanno chiuso, altri hanno riaperto ma non fanno suonare, altri hanno proprio cambiato gestione. Poi in giro si vedono sempre le solite facce, ma non si riesce a interagire e a divertirsi come quando ci si trovava per i concerti, belli o brutti che fossero. A me è una cosa che manca molto, spero che questa situazione finisca presto, anche se penso ci vorrà ancora un po’ di pazienza. 

Quali sono i tre artisti / gruppi per i quali ti piacerebbe aprire un concerto con questo disco?

 

Jason Isbell, i Baustelle e visto che ormai sono sdoganati dico i Rolling Stones.

Dicci qualcosa che nessuno ancora sa del nuovo disco in arrivo!

 

Si chiamerà Amerigo Hotel!